Mentre si drizzava colse un movimento con la coda dell'occhio e vide che un altro, il direttore di scena, si era sollevato su un gomito. La sua pistola. La Peacemaker calibro 40 che una volta aveva giustiziato un violentatore, era spianata. I riflessi di Eddie erano rapidi, ma non ci fu tempo per usarli. La Peacemaker ruggì una sola volta, sputò una lingua di fuoco dalla canna e dalla fronte di Eddie Dean sprizzò sangue. Una ciocca di capelli si sollevò dalla nuca all'uscita del proiettile. Eddie si schiaffò la mano sul foro che gli era comparso al di sopra dell'orecchio destro come un uomo che ha ricordato qualcosa di vitale importanza un attimo troppo tardi. Roland ruotò sui tacchi consumati degli stivali, estrasse la pistola mentre sì rannicchiava fulmineamente su se stesso. Si girarono anche Jake e Susannah. Susannah vide il marito in mezzo alla strada con la mano premuta sulla fronte.

«Eddie? Tesoro?»

Pimli stava tentando di armare di nuovo la Peacemaker, e lo sforzo gli aveva arricciato il labbro superiore a mostrare i denti in un ringhio canino. Roland gli sparò in gola e il Capataz di Algul Siento sussultò all'indietro rotolando sul fianco sinistro. La pistola gli volò via dalla mano prima che avesse potuto armare il cane e cadde con un tonfo metallico accanto al corpo dell'amico Donnola. Arrivò quasi ai piedi di Eddie.

«Eddie!» gridò Susannah cominciando ad arrancare verso di lui, spingendosi con le mani. Non è gravemente ferito, diceva a se stessa, non è una ferita grave, Dio mio fai che il mio uomo non sia ferito gravemente...

Poi vide il sangue trapelare da sotto la mano e gocciolare nella strada e allora seppe che la ferita era grave.

«Suze?» disse lui. La sua voce era perfettamente articolata. «Suze, dove sei? Non vedo.»

Fece un passo, un secondo, un terzo... poi piombò a faccia in giù nella via, proprio come il grand-père Jaffords aveva visto, aye, il primo momento in cui aveva posato gli occhi su di lui. Perché quel giovanotto era un pistolero, diciamo il vero, ed era la sola fine che uno come lui poteva aspettarsi.

 

12

Il Tet si spezza

 

1

 

La sera trovò Jake Chambers che sedeva sconsolato davanti alla Clovern Tavern all'estremità est della Main Street di Pleasantville. I cadaveri dei gendarmi erano stati portati via da una squadra di robot addetti alla manutenzione, e questo almeno aveva arrecato un po' di sollievo. Oy era sulle ginocchia del ragazzo da più di un'ora. Difficilmente si tratteneva così a lungo, ma sembrava capisse che Jake aveva bisogno di lui. Più di una volta Jake pianse nella pelliccia del bimbolo.

Per la gran parte di quel giorno interminabile Jake si era trovato a pensare in due voci diverse. Gli era già successo, ma molti anni prima, quando, ancora bambino, aveva temuto di essere stato colpito da un inusitato tipo di sconvolgimento interiore, invisibile al radar dei genitori.

Eddie sta morendo, diceva la prima voce (quella che un tempo gli ripeteva spesso che c'erano mostri nel suo armadio e che presto sarebbero usciti a mangiarlo vivo). È in una stanza di Corbett Hall e con lui c'è Susannah e lui non smette di parlare, ma sta morendo.

No, protestava la seconda voce (quella che gli ripeteva - debolmente - che i mostri non esistevano). No, non può essere. Eddie... Eddie! E poi è ka-ter. Morirà forse quando arriveremo alla Torre Nera, quando ci arriveremo può darsi che moriremo tutti, ma non ora, non qui, neanche a parlarne.

Eddie sta morendo, insisteva la prima voce. Era implacabile. Ha un foro nella testa largo abbastanza da infilarci un pugno, e sta morendo.

A questo la seconda voce poteva opporre solo altre smentite, progressivamente più deboli.

Neppure la consapevolezza di aver salvato probabilmente il Vettore (Sheemie ne era convinto; aveva attraversato in lungo e in largo il campus del Devar-Toi, su cui era calato un innaturale silenzio, gridando a pieni polmoni la notizia: «IL VETTORE DICE CHE FORSE TUTTO È SALVO! IL VETTORE DICE GRAZIE!») aiutava Jake a stare meglio. La perdita di Eddie era un prezzo troppo grande da pagare anche per un risultato come quello. E il disfacimento del tet era un prezzo ancora più grande. Tutte le volte che ci pensava, sentiva un artiglio alla bocca dello stomaco e levava preghiere inarticolate a Dio, a Gan, all'Uomo Gesù, a chiunque o tutti loro perché facessero un miracolo e salvassero la vita a Eddie.

Pregò financo lo scrittore.

Salva la vita del mio amico e noi salveremo la tua, pregò Stephen King, un uomo che non aveva mai visto. Tu salva Eddie e noi impediremo che tu sia investito. Lo giuro.

Poi ripensava a Susannah che gridava il nome di Eddie, che cercava di rovesciarlo, e Roland che la prendeva tra le braccia e le diceva: Non devi fare così, Susannah, non lo devi toccare; e come lei lo aveva respinto dibattendosi, come i suoi lineamenti erano impazziti, la sua faccia era cambiata in uno spasmodico avvicendarsi di personalità diverse che soggiornavano in lei per un istante o due e subito scappavano. Devo aiutarlo! aveva singhiozzato nella voce di Susannah che Jake conosceva, e subito dopo, in un'altra voce, più aspra, gridava: Lasciami andare, stronzo! Lascia me fare voodoo su lui, fare mia magia, lui alza e cammina! Sciò! E Roland che la tratteneva, la tratteneva e la cullava mentre Eddie era per terra, ma non morto, sarebbe stato quasi meglio se fosse stato morto (anche se la morte avrebbe archiviato ogni possibile ricorso ai miracoli, ogni speranza), ma Jake vedeva le sue dita sporche di polvere contrarsi e sentiva i suoi mormorii incoerenti, come un uomo che parla nel sonno.

Poi era arrivato Ted e subito dietro di lui Dinky e due o tre altri Frangitori, quasi esitanti. Ted si era inginocchiato di fianco alla donna che si divincolava e strillava e aveva indicato a Dinky di fare altrettanto dall'altra parte. Ted le aveva preso una mano, e aveva fatto segno a Dinky di prenderle l'altra. E da loro era fluito qualcosa di profondo e sedativo. Non era per lui. non era per Jake, ma qualcosa gli era arrivato comunque e il galoppo forsennato del suo cuore si era placato. Aveva guardato in faccia Ted Brautigan e aveva visto quel singolare fenomeno dei suoi occhi, le pupille che si dilatavano e contraevano, dilatavano e contraevano.

Gli strilli di Susannah si erano spenti in piccoli gemiti di dolore. Aveva abbassato lo sguardo su Eddie e quando aveva chinato la testa, i suoi occhi avevano spillato lacrime sul dorso di Eddie, costellandogli la camicia di macchioline scure, come gocce di pioggia. Era stato in quel momento che da uno dei vicoli era sbucato Sheemie gridando accorati osanna a chiunque fosse disposto ad ascoltarlo - «IL VETTORE DICE CHE NON È TROPPO TARDI! IL VETTORE DICE GIUSTO IN TEMPO, IL VETTORE DICE GRAZIE E NOI DOBBIAMO LASCIARLO GUARIRE!» - e zoppicando vistosamente (nessuno ci aveva fatto caso). Dinky aveva mormorato qualcosa ai Frangitori, che sempre più numerosi si erano accostati a guardare il pistolero mortalmente ferito, e alcuni di loro erano andati a calmare Sheemie. Nell'area centrale del Devar-Toi gli allarmi non avevano smesso di suonare, ma le autopompe di rinforzo stavano avendo la meglio sui tre focolai più gravi (Casa Damli, Casa del Capataz e Feveral Hall).

Il ricordo successivo di Jake era quello delle dita di Ted, incredibilmente delicate, che scostavano i capelli sulla nuca di Eddie ed esponevano un largo foro d'uscita colmo di un ammasso di sangue gelatinoso. In esso biancheggiavano alcune scaglie. Jake aveva voluto credere che fossero pezzetti di osso. Meglio che pensare che fossero pezzetti di cervello.

Alla vista di quella terribile ferita alla testa, Susannah era schizzata in piedi e aveva ripreso a urlare. Si era messa a lottare per divincolarsi. Ted e Dinky (più pallido di un lenzuolo) si erano scambiati uno sguardo, avevano intensificato la stretta sulle sue mani e avevano inviato per la seconda volta il

(pace calma serenità attesa calma lentezza pace)

messaggio lenitivo che era formato insieme di parole colori: dall'azzurro fresco a un silente grigio cinereo. Intanto Roland la teneva per le spalle. «Si può fare niente per lui?» aveva chiesto Roland a Ted.

«Possiamo metterlo più comodo», aveva risposto Ted. «Almeno questo.» Quindi aveva indicato il Devar. «Tu non hai un lavoro da finire, Roland?»

Lì per lì sembrò che il cavaliere non capisse. Poi guardò i cadaveri dei gendarmi. «Sì», disse. «Credo di sì. Jake, vuoi darmi una mano? Se i superstiti si trovassero un nuovo capo e si riorganizzassero... sarebbe un guaio.»

«E Susannah?» aveva domandato Jake.

«Susannah ci aiuterà a trasportare il suo uomo in un posto dove possa stare più comodo e possa morire il più serenamente possibile», gli aveva risposto Ted Brautigan. «Non è vero, mia vara?»

Lei lo aveva guardato con un'espressione che non era del tutto vacua; la consapevolezza (e la supplica) che c'era in quello sguardo aveva penetrato il cuore di Jake come una spina di ghiaccio. «Deve morire?» aveva chiesto Susannah.

Ted aveva chinato la testa a baciarle la mano. «Sì», aveva detto. «Lui deve morire e tu lo devi accettare.»

«Allora c'è una cosa che devi fare per me», aveva ribattuto lei toccandogli la guancia con la punta delle dita. A Jake quelle dita erano sembrate fredde. Fredde.

«Che cosa, amore? Quello che vuoi.» Le aveva preso le dita e le aveva chiuse dentro

(pace serenità silenzio attesa calma lentezza pace)

le proprie.

«Smetti di fare quello che stai facendo, se non sarò io a chiederti di riprendere», lo aveva ammonito Susannah.

Lui l'aveva guardata con meraviglia. Poi aveva lanciato un'occhiata a Dinky, che si era stretto nelle spalle in silenzio. Allora Ted si era girato di nuovo verso Susannah.

«Non devi usare la tua buona mente per neutralizzare il mio cordoglio», gli disse Susannah, «perché aprirei la bocca e la scolerei fino all'ultima goccia.»

Per un momento Ted era rimasto immobile con la testa abbassata, mentre la sua fronte si solcava di rughe. Poi aveva rialzato gli occhi e le aveva rivolto un sorriso dolce come Jake non aveva mai visto.

«Aye, signora», le aveva detto. «Faremo come chiedi. Ma se avrai bisogno di noi... quando avrai bisogno di noi...»

«Vi chiamerò», aveva promesso Susannah curvandosi di nuovo sull'uomo che borbottava incoerenze steso nella via.

 

2

 

Quando Roland e Jake si avvicinarono al vicolo dal quale sarebbero tornati al centro del Devar-Toi, dove avrebbero messo da parte il dolore per l'amico morente per eliminare ogni eventuale residuo di resistenza, Sheemie tirò il pistolero per la manica.

«Il Vettore dice grazie Will Dearborn che fu.» Aveva consumato la voce gridando e gliene era rimasto solo un filo roco. «Il Vettore dice che tutto può andare per il meglio. Come nuovo. Migliore.»

«Molto bene», commentò Roland e Jake ne conveniva ma non c'era stata gioia, né prima né ora. Jake continuava a pensare allo squarcio esposto dalle dita delicate di Ted Brautigan. Quel foro pieno di gelatina rossa.

Roland passò un braccio attorno le spalle di Sheemie, lo strinse, gli diede un bacio. Sheemie sorrise deliziato. «Vengo con te, Roland. Mi vuoi, caro?»

«Non questa volta», rispose Roland.

«Perché stai piangendo?» chiese Sheemie. Jake aveva visto la felicità spegnersi sul volto di Sheemie, sostituita dall'ansia. Intanto Main Street si andava affollando di altri Frangitori, che tornavano indietro e sostavano suddivisi in gruppetti. Jake aveva notato costernazione nel modo in cui guardavano il pistolero... e una certa curiosità stordita... e in qualche caso palese antipatia. Quasi odio. Non aveva visto gratitudine, nemmeno un granello di gratitudine, e per questo lui odiava loro.

«Il mio amico è ferito», stava dicendo Roland. «Piango per lui, Sheemie. E per sua moglie, che è mia amica. Vuoi unirti a Ted e a sai Dinky a cercare di consolarla, se dovesse chiedere di essere consolata?»

«Se lo vuoi tu, aye! Qualsiasi cosa per te!»

«Grazie-sai, figlio di Stanley. E dai una mano se trasportano il mio amico.»

«Il tuo amico Eddie! È ferito!»

«Aye, il suo nome è Eddie, tu dici il vero. Aiuterai Eddie?»

«Aye!»

«E c'è una cosa ancora...»

«Aye?» fece Sheemie, poi parve ricordare. «Aye! Aiutarti ad andare via, a viaggiare lontano, tu e i tuoi amici! Me lo ha detto Ted. 'Fai un buco' ha detto, 'come hai fatto per me.' Solo che lui, lo hanno riportato indietro. I cattivi. Ma non riporteranno indietro voi, perché i cattivi non ci sono più! Il Vettore è in pace!» E rise, un suono stridente all'orecchio di Jake straziato dal dolore.

Forse anche quello di Roland, perché il suo sorriso era forzato. «A suo tempo, Sheemie... anche se penso che forse Susannah resterà qui ad aspettare il nostro ritorno.»

Se torneremo, pensò Jake.

«Ma ho un'altra mansione per te, se ne sei capace. Non aiutare qualcuno a recarsi in un altro mondo, ma qualcosa di abbastanza simile. L'ho spiegato a Ted e Dinky e loro ti diranno tutto, quando Eddie riposerà in pace. Ascolterai?»

«Aye! E aiuterò, se posso!»

Roland gli batté la mano sulla spalla. «Bene!» Poi Jake e il pistolero s'incamminarono in una direzione che poteva essere nord, per andare a finire quello che avevano cominciato.

 

3

 

Nelle tre ore successive neutralizzarono altri quattordici gendarmi, per la maggior parte umani. Roland sorprese Jake - un poco - uccidendo solo le due che avevano sparato contro di loro da dietro l'autopompa andata a schiantarsi nel muro e rimasta incastrata con una ruota nel vano che scendeva in cantina. Disarmò le altre risparmiandole e dicendo loro che tutti gli agenti di custodia del Devar-Toi che si fossero fatti trovare ancora al campo all'ultima sirena del giorno, sarebbero stati giustiziati seduta stante.

«Ma dove andiamo?» chiese un taheen con una testa di gallo dalle piume bianche come neve sotto una regale cresta ondeggiante e vermiglia (a Jake ricordò un po' Foghorn Leghorn, il gallo dei cartoni animati).

Roland scosse la testa. «Non m'importa dove andate», rispose, «basta che non siate qui quando suonerà di nuovo la sirena, sia chiaro. Qui avete fatto un lavoro infernale, ma l'inferno è chiuso e io mi assicurerò di persona che le porte non si riaprano mai più.»

«In che senso?» chiese quasi timidamente il taheen-gallo, ma Roland non volle rivelarlo, si limitò a ordinargli di trasmettere il messaggio a tutti i colleghi che avesse incontrato.

La gran parte dei taheen e can-toi superstiti lasciarono Algul Siento a gruppetti di due e tre, senza protestare e continuando a girarsi a lanciare sguardi nervosi all'indietro. Jake riteneva che avessero ragione di non sentirsi tranquilli, perché quel giorno il volto del suo dinh era nuvoloso di pensieri e terrifico di dolore. Eddie Dean moriva e Roland di Gilead non avrebbe tollerato disubbidienze.

«Che cosa vuoi fare di questo posto?» domandò Jake dopo che suonò l'ultima sirena del giorno. Stavano passando davanti al guscio fumante di Casa Damli (dove i pompieri robot avevano piantato una serie di cartelli con la scritta VIETATO ENTRARE INDAGINE DIPARTIMENTO VIGILI DEL FUOCO) sulla via del ritorno.

Roland scosse la testa e non gli rispose.

Al Mall Jake vide sei Frangitori che si tenevano per mano in cerchio. Sembravano concentrati in una seduta spiritica. C'erano anche Sheemie, Ted e Dani Rostov, c'era anche una giovane donna, e ce n'era un'altra più vecchia e un uomo corpulento, con una cert'aria da banchiere, poco oltre, con i piedi che sporgevano da sotto le coperte, erano allineate una cinquantina di gendarmi morti durante il breve scontro a fuoco.

«Sai che cosa stanno facendo?» chiese alludendo al folken della seduta spiritica: quelli poco distanti erano semplicemente morti, un compito che li avrebbe tenuti occupati per il resto dell'eternità.

Roland lanciò un breve sguardo alla cerchia di Frangitori. «Sì.»

«Che cosa?»

«Non ora», disse il pistolero. «Ora andremo a rendere onore a Eddie. Avrai bisogno di tutta la serenità di cui sei capace e questo vuol dire che devi svuotare la mente.»

 

4

 

Ora, seduto con Oy davanti alla Clover Tavern deserta, con le sue insegne al neon che pubblicizzavano birra e il juke-box muto, Jake rifletteva sulla lungimiranza di Roland e sulla gratitudine che lui stesso aveva provato quando, tre quarti d'ora prima, il pistolero lo aveva guardato, aveva preso atto della concretezza della sua angoscia e lo aveva esonerato dall'entrare nella stanza in cui Eddie si allontanava dalla propria vita un centimetro alla volta, lasciando l'impronta della sua straordinaria forza di volontà su ogni singolo nodo sull'arazzo della sua esistenza.

Il drappello di portatori raccolto da Ted Brautigan aveva trasferito il giovane pistolero a Corbett Hall, dove giaceva nella spaziosa camera da letto del sorvegliante, al pianterreno. I lettighieri erano rimasti nel cortile del dormitorio e, con il trascorrere del pomeriggio, a loro si erano aggiunti anche gli altri Frangitori. Quando erano arrivati, Roland e Jake erano stati affrontati da una donna corpulenta rossa di capelli.

Cara signora, aveva pensato Jake nel vederla pararsi davanti al pistolero, fossi in lei, non lo avrei fatto, non oggi.

A dispetto del turbinoso andirivieni di quella giornata, la donna, che a Jake ricordava parecchio la presidentessa a vita del circolo di giardinaggio di sua madre, aveva trovato il tempo di applicarsi un consistente quantitativo di trucco: fondotinta, fard e un rossetto di un rosso acceso quanto quello delle autopompe di Devar. Si era presentata come Grace Rumbelow (originaria di Aldershot, Hampshire, Inghilterra) e in tono autoritario aveva chiesto di sapere che cosa sarebbe successo ora: dove sarebbero andati, che cosa avrebbero fatto, chi si sarebbe occupato di loro. Le stesse domande del taheen con la testa di gallo, in altre parole.

«Perché fino adesso qualcuno che si è occupato di noi c'è stato», aveva precisato Grace Rumbelow in tono squillante, «e almeno allo stato attuale, noi non siamo nelle condizioni di badare a noi stessi.»

C'erano state manifestazioni di sostegno da parte degli altri.

Roland l'aveva squadrata dalla testa ai piedi e qualcosa nella sua espressione aveva incrinato la composta indignazione della donna. «Togliti», le aveva intimato il pistolero, «se no ti tolgo io.»

Lei era impallidita sotto il fondotinta e aveva ubbidito senza aggiungere altro. Un chiacchiericcio di disapprovazione aveva seguito Jake e Roland fino a Corbett Hall, ma non era cominciato prima che il pistolero fosse scomparso alla loro vista portando via con sé il rischio di dover subire lo sguardo intimidatorio dei suoi occhi celesti. I Frangitori ricordavano a Jake certi suoi compagni di scuola alla Piper, sempre pronti a gridare cose come questo compito è una merda o ciucciami il pacco... ma solo quando l'insegnante era fuori dell'aula.

Il corridoio a pianterreno della Corbett brillava di luci al neon nell'odore forte del fumo proveniente da Casa Damli e Feveral Hall. Su una sedia pieghevole a destra della porta con la scritta SORVEGLIANTE, sedeva Dinky Earnshaw a fumare una sigaretta. Al loro ingresso, aveva alzato lo sguardo su Roland e Jake, che gli erano andati incontro seguiti da Oy, il quale come sempre si manteneva a ridosso del suo padroncino.

«Come sta?» aveva chiesto Roland.

«Muore», aveva risposto Dinky con un'alzata di spalle.

«E Susannah?»

«Forte. Dopo che se ne sarà andato...» Dinky si era stretto di nuovo nelle spalle, intendendo che la reazione di Susannah non era prevedibile.

Roland aveva bussato con delicatezza.

«Chi è?» La voce di Susannah, ovattata.

«Roland e Jake», aveva risposto il pistolero. «Ci fai entrare?»

Era seguita una pausa che a Jake era sembrata stranamente lunga. Roland tuttavia non ne era rimasto sorpreso. E nemmeno Dinky.

«Venite», aveva detto finalmente Susannah.

Ed erano entrati.

 

5

 

Seduto con Oy nell'abbraccio dell'oscurità, in attesa della chiamata di Roland, Jake ripensò alla scena che gli si era presentata nella luce debole della stanza. E ai tre quarti d'ora che erano trascorsi prima che Roland si accorgesse del suo disagio e lo congedasse, dicendogli che lo avrebbe richiamato quando fosse stato «il momento».

Jake aveva visto morte in quantità da quando era stato tratto nel Medio-Mondo, l'aveva amministrata; aveva persino vissuto la propria, sebbene di quella circostanza ricordasse assai poco. Ma quella era la morte di un ka-compagno e quello che stava avvenendo nella camera da letto del sorvegliante gli era sembrato semplicemente senza senso. E senza fine. Aveva rimpianto con tutto il cuore di non essere rimasto fuori con Dinky. Non voleva dover ricordare quella immagine di un amico del quale tanto aveva apprezzato il singolare senso dell'umorismo, a dispetto di qualche incontrollato scatto d'ira.

Nel letto del sorvegliante, con la mano in quella di Susannah, Eddie gli era apparso più fragile che mai; gli era sembrato vecchio e (un pensiero che lo inorridì) stupido. Ma forse la parola giusta era senile. La bocca gli si era ripiegata agli angoli in infossature profonde. Susannah gli aveva lavato la faccia, ma la barba lunga gli faceva apparire le guance sporche. Aveva occhiaie blu che davano quasi l'idea che quel bastardo di Prentiss lo avesse pestato prima di sparargli. Gli occhi erano chiusi, ma si muovevano incessantemente sotto il velo sottile delle palpebre, come se sognasse.

E parlava. Un borbottio costante. Qualcosa Jake era riuscito a capire, qualcos'altro no. Alcune delle frasi avevano un minimo di senso, ma perlopiù i suoi mugolii erano quelli che l'amico Benny avrebbe definito ki'come: farneticazioni inarticolate. Ogni tanto Susannah immergeva una pezza in un catino sul tavolo vicino al letto, la strizzava e inumidiva la fronte e le labbra rinsecchite del marito. Una volta Roland si era alzato, era andato a svuotare il catino in bagno e lo aveva riempito con acqua fresca. Quando glielo aveva riportato, Susannah lo aveva ringraziato in un tono sommesso e cortese. Più tardi era stato Jake ad andare a cambiare l'acqua nel catino e lei lo aveva ringraziato nello stesso modo, quasi che non sapesse nemmeno che erano lì.

Andiamo ad assisterla, aveva detto Roland a Jake. Perché più tardi ricorderà chi c'era e ne sarà grata.

Ma doveva crederci? Jake se lo domandava ora, nel buio davanti alla Clover Tavern. Sarebbe stata grata? Era o non era colpa di Roland se Eddie Dean stava per esalare l'ultimo respiro all'età di venticinque o ventisei anni? D'altra parte, se non fosse stato per Roland, Susannah non avrebbe mai nemmeno conosciuto Eddie. Era tutto troppo complicato. Come il concetto di mondi multipli in ciascuno dei quali c'era una New York, quelle erano considerazioni che gli davano il mal di testa.

Sul suo letto di morte Eddie aveva chiesto al fratello Henry perché si dimenticava sempre di eseguire il blocco sul tiratore avversario.

Aveva chiesto a Jack Andolini se quell'aria da sciamannato ce l'aveva per natura.

Aveva gridato: «Attento, Roland, è George Nasone, è tornato!»

E: «Suze, se tu gli racconti quella di Dorothy e dell'Uomo di Latta, io gli racconto il resto.»

E ancora, raggelando il cuore di Jake: «Io non miro con la mano; colui che mira con la mano ha dimenticato il volto di suo padre».

Allora Roland aveva preso la mano di Eddie nella penombra della stanza (perché la finestra era oscurata) e gliela aveva stretta. «Aye, Eddie, tu dici il vero. Vuoi aprire gli occhi e guardarmi in faccia, caro?»

Ma Eddie non aveva aperto gli occhi. Gelando ancora di più il cuore di Jake, il giovane che ora aveva un inutile benda intorno alla testa, aveva invece mormorato: «Tutto è dimenticato nelle sale di pietra dei defunti. Queste sono le sale dei defunti, dove i ragni tessono e i grandi circuiti si ammutoliscono a uno a uno».

Per qualche tempo non c'era stato più niente di comprensibile, solo quel borbottio indefesso. Jake aveva riempito nuovamente il catino e, quando era tornato, Roland aveva visto la cinerea tensione del suo viso e gli aveva detto che poteva andare.

«Ma...»

«Esci, vai, zuccherino», lo aveva incalzato Susannah. «Però sta' attento. Là fuori può esserci ancora qualcuno a caccia di vendetta.»

«Ma come faccio...»

«Ti chiamerò io quando sarà il momento», lo aveva rassicurato Roland e gli aveva toccato la tempia con una delle dita rimaste della mano sinistra. «Mi sentirai.»

Jake avrebbe voluto baciare Eddie prima di uscire, ma aveva avuto paura. Non che potesse prendere la morte come un raffreddore, non era così sciocco, ma temeva che anche il solo tocco delle sue labbra bastasse a spingere Eddie nella radura in fondo al sentiero.

E Susannah avrebbe potuto incolpare lui.

 

6

 

Fuori, in corridoio, Dinky gli aveva chiesto come andava.

«Malissimo», aveva risposto Jake. «Hai un'altra sigaretta?»

Dinky aveva inarcato le sopracciglia ma gliel'aveva data. Il ragazzo se l'era battuta sull'unghia, come aveva visto fare al pistolero con le cicche che si rollava da solo, poi aveva accettato il fuoco e inalato a fondo. Il fumo bruciava ancora, ma non come la prima volta. Il senso di capogiro era stato di breve durata e non aveva tossito. Presto mi diventerà naturale, aveva pensato. Se mai tornerò a New York, potrei anche andare a lavorare per il Network, nell'ufficio di mio padre. Sto già diventando bravo all'ammazzamento.

Aveva contemplato la sigaretta tenendosela all'altezza degli occhi, un piccolo missile bianco da cui il fumo scaturiva dalla cima invece che dalla coda. Sotto il filtro c'era scritto CAMEL. «Avevo giurato a me stesso che non lo avrei mai fatto», aveva confessato a Dinky. «Mai in vita mia. Ed eccomi qui con una sigaretta in mano.» Aveva riso. Era stata una risata amara, una risata da adulto, e sentirla vibrare nel fumo che gli usciva dalla bocca gli aveva provocato un brivido.

«Prima di venire qui lavoravo per un tizio», aveva detto Dinky. «Sharpton, così si chiamava. Mi diceva sempre che la parola mai è quella a cui tende l'orecchio Dio quando ha voglia di farsi una risata.»

Jake non aveva risposto. Pensava a come aveva parlato Eddie delle stanze della rovina. Jake aveva seguito Mia in un posto come quello, molto tempo prima e in sogno. Ora Mia era Morta. Callahan era morto. E Eddie stava morendo. Aveva pensato a tutti i cadaveri che c'erano fuori, sotto le coperte, mentre in lontananza il tuono rumoreggiava come un tintinnare d'ossa. Aveva pensato all'uomo che, dopo aver sparato a Eddie, rotolava sulla sinistra colpito a morte dalla pallottola di Roland. Aveva cercato di ricordare il comitato di accoglienza che li aveva ricevuti a Calla Bryn Sturgis, la musica e i balli e le torce colorate, ma l'unico ricordo nitido era stato quello della morte di Benny Slightman, un altro amico. In quel momento tutto il mondo gli sembrava fatto di morte.

Lui stesso era morto e resuscitato: riapparso nel Medio-Mondo, di nuovo al fianco di Roland. Per tutto il pomeriggio si era sforzato di credere che lo stesso sarebbe accaduto a Eddie, sapendo che così non sarebbe stato. La parte che lui stesso aveva avuto nella storia, non era finita. Quella di Eddie sì. Avrebbe dato vent'anni della sua vita, anche trenta, per poterlo non credere, ma non c'era verso. Forse in qualche modo lo aveva pronato.

Queste sono le sale dei defunti, dove i ragni tessono e i grandi circuiti si ammutoliscono a uno a uno.

Jake conosceva un ragno. Il figlio di Mia stava vedendo tutto? Se la stava godendo? Magari facendo il tifo per gli uni o gli altri, come un fottuto fan degli Yankee sulle gradinate?

Sì. Lo so. Lo sento.

«Tutto bene, ragazzo?» lo aveva apostrofato Dinky.

«No», aveva risposto Jake. «Non va tutto bene.» E Dinky aveva annuito, come se quella fosse una risposta perfettamente logica. Be', aveva riflettuto Jake, forse se l'aspettava. Del resto è un telepatico.

E, quasi a confermarlo, Dinky gli aveva domandato chi fosse Mordred.

«Meglio che tu non lo sappia», aveva risposto Jake. «Credimi.» Aveva spento la sigaretta fumata per metà («tutto il cancro ai polmoni è proprio qui, nell'ultimo mezzo centimetro, dichiarava sempre suo padre in un tono di assoluta certezza, indicando come un teleimbonitore una delle sigarette senza filtro che fumava lui) ed era uscito. Era passato per la porta di servizio, sperando di evitare la schiera di Frangitori in ansiosa attesa, e in quello gli era andata bene. Ora era a Pleasantville, seduto sul ciglio del marciapiede come uno dei vagabondi di New York, ad aspettare di essere richiamato dentro. Ad aspettare la fine.

Aveva meditato se entrare nella taverna, magari a spillarsi una birra (se era grande abbastanza da fumare e ammazzare il prossimo nelle imboscate era anche grande abbastanza da bersi una birra), magari solo per vedere se il juke-box suonava senza monetine. Era pronto a scommettere che Algul Siento era come secondo suo padre sarebbe diventata l'America con il tempo, una società dove non circolava denaro contante, e che il vecchio Seeberg era costruito in modo che bastasse spingere i bottoni per ascoltare la musica. Ed era pronto a scommettere che se avesse guardato la targhetta con il titolo del brano corrispondente al numero 19, avrebbe trovato Someone Saved My Life Tonight di Elton John.

Si alzò e fu allora che fu richiamato dentro. Non fu il solo a sentire Roland: Oy fece un breve guaito di dolore. Quasi che il pistolero fosse lì accanto a loro.

A me, Jake, veloce. Se ne va.

 

7

 

Jake percorse veloce uno dei vicoli, passò intorno ai resti ancora fumanti della Casa del Capataz (Tassa, l'attendente, che aveva ignorato l'ordine di Roland o non ne era stato informato, sedeva silenzioso sul gradino dell'ingresso in gonnellino scozzese e felpa, con la testa tra le mani), e risalì al piccolo trotto il Mall, azzardando non più di un'occhiata nervosa alla lunga fila delle salme. La piccola cerchia da seduta spiritica che aveva notato poco prima non c'era più.

Non piangerò, giurò a se stesso con forza. Se sono grande abbastanza da fumare e pensare di farmi una birra, sono grande abbastanza da controllare i miei stupidi occhi. Non piangerò.

E sapendo che quasi certamente non si sarebbe trattenuto.

 

8

 

Sheemie e Ted si erano uniti a Dinky davanti alla porta del sorvegliante. Dinky aveva ceduto il suo posto a Sheemie. Ted aveva l'aria stanca, ma agli occhi di Jake Sheemie era da buttar via: occhi di nuovo iniettati di sangue, sotto il naso e in un orecchio croste di sangue coagulato, guance livide. Si era tolto una delle due strambe calzature e si massaggiava il piede come se gli facesse male. Ciononostante era felice come una pasqua. In uno stato di quasi esaltazione.

«Il Vettore dice che forse andrà tutto bene, giovane Jake», lo informò. «Il Vettore dice che non è troppo tardi. Il Vettore dice grazie.»

«Sono contento», rispose Jake allungando la mano al pomolo. Aveva ascoltato solo distrattamente Sheemie. Si stava concentrando

(non piangerò rendendola ancora più difficile a Suze)

sul suo proposito di controllare le proprie emozioni quando fosse stato nella stanza. Poi Sheemie aggiunse qualcosa che lo fece tornare velocemente indietro.

«Non è troppo tardi neppure per il Mondo Reale», disse Sheemie. «Noi lo sappiamo. Abbiamo sbirciato, non è vero, Ted?»

«Come no.» Ted teneva sulle ginocchia una lattina di Nozz-A-La. Ora se la portò alle labbra e bevve un sorso. «Quando entri, Jake, di' a Roland che se siete interessati al 19 giugno del 1999, siamo ancora in tempo. Ma il margine comincia ad assottigliarsi.»

«Glielo dirò», promise Jake.

«Ricordagli che da quella parte il tempo non è uniforme. Perde i colpi come una trasmissione vecchia. E continuerà a farlo ancora per un po', anche se il Vettore si sta riprendendo. E quando il 19 sarà passato...»

«Non potrà più tornare», finì per lui Jake. «Non da quella parte. Lo sappiamo.» Aprì la porta ed entrò nel buio dell'appartamento del sorvegliante.

 

9

 

La lampada sul comodino proiettava sul viso di Eddie Dean un circoscritto fascio di luce gialla. Gli disegnava l'ombra del naso sulla guancia sinistra e gli trasformava gli occhi chiusi in conche scure. Accanto al letto, Susannah gli teneva le mani guardandole. La sua ombra si allungava sul muro. Roland sedeva dall'altra parte del letto, nell'ombra più densa. Il lungo, sommesso monologo dell'uomo in agonia era cessato e la sua respirazione aveva perso ogni parvenza di regolarità. Traeva un respiro profondo, lo tratteneva, poi lo emetteva in un rantolo sibilante. Il suo petto rimaneva immobile così a lungo che Susannah lo fissava con gli occhi scintillanti di ansia finché non cominciava il prossimo, faticoso ciclo di respirazione.

Jake si sedette sul letto di fianco a Roland, guardò Eddie, guardò Susannah, poi tornò a guardare, esitante, il volto del pistolero. Nell'oscurità non vide altro che stanchezza.

«Ted mi ha detto di riferirti che sul lato americano è quasi il 19 giugno, prego e grazie. E anche che il tempo potrebbe fare un saltino.»

Roland annuì. «Aspetteremo comunque che qui sia finito, penso. Non ci manca molto e glielo dobbiamo.»

«Quanto ancora?»

«Non lo so. Avevo pensato che potesse andarsene prima che tu arrivassi qui, anche correndo...»

«L'ho fatto, appena sono arrivato sul prato...»

«... ma come vedi...»

«Ce la sta mettendo tutta», intervenne Susannah e che questo fosse il solo motivo di orgoglio che ancora le restava, gelò il sangue nelle vene di Jake. «Il mio uomo ce la mette tutta. Forse ha ancora qualcosa da dire.»

 

10

 

E così fu. Cinque minuti dopo che Jake era entrato silenzioso nella stanza, Eddie aprì gli occhi. «Sue», disse. «Su... zie...»

Lei si protese, sempre tenendogli le mani, sorridendogli, con il volto teso nella massima concentrazione. E con uno sforzo che Jake avrebbe pensato impossibile, Eddie liberò una mano, la spostò leggermente a destra e le afferrò i riccioli compatti. Se il peso del suo braccio e la trazione dei capelli alla radice le fecero male, Susannah non lo diede a vedere. Il sorriso che le sbocciò sulle labbra, era gioioso, invitante, forse persino sensuale.

«Eddie! Bentornato!»

«Non cacciare palle... a un cacciapalle», mormorò lui. «Sto andando, tesoro, non tornando.»

«Ma che sciocc...»

«Zitta», sibilò lui e lei tacque. La mano la tirò per i capelli. Lei lo assecondò avvicinando il volto a quello di lui e baciò le sue labbra vive per l'ultima volta. «Ti... aspetterò», mormorò lui, pronunciando ciascuna parola con immensa fatica.

Jake vide il sudore che gli affiorava sulla pelle, ultimo messaggio di un corpo morente al mondo dei vivi, e quello fu il momento in cui il cuore del ragazzo accettò finalmente quello che la sua testa sapeva da ore. Cominciò a piangere. Erano lacrime che bruciavano e graffiavano. Quando Roland gli prese la mano, Jake gliela strinse con impeto. Oltre che triste, era impaurito. Se poteva succedere a Eddie, poteva succedere a tutti. Poteva succedere a lui.

«Sì, Eddie. So che aspetterai», disse Susannah.

«Nella...» Trasse un altro di quei grandi respiri, rochi e sussultori. Gli occhi gli brillavano come pietre preziose. «Nella radura.» Un altro respiro. La mano le teneva i capelli. La luce della lampada li racchiudeva in quel mistico cerchio giallo. «Quella che c'è in fondo al sentiero.»

«Sì, caro.» Ora la voce di lei era calma, ma una lacrima cadde sulla guancia di Eddie e scivolò adagio fino al mento. «Ti odo molto bene. Aspettami e io ti troverò e andremo insieme. E io camminerò sulle mie gambe intere.»

Eddie le sorrise, poi girò gli occhi su Jake.

«Jake... a me.»

No, pensò Jake preso dal panico. No, non posso, non posso.

Ma già si chinava verso di lui, nell'odore della fine. Vide la linea di sudiciume subito sotto l'attaccatura dei capelli di Eddie sciogliersi nell'affiorare di altre goccioline di sudore.

«Aspetta anche me», disse Jake muovendo labbra diventate insensibili. «D'accordo, Eddie? Andremo tutti insieme. Saremo ka-tet come siamo stati qui.» Cercò di sorridere e non ci riuscì. Il cuore gli faceva troppo male per sorridere. Si chiese se non gli sarebbe esploso nel petto, come accade talvolta che i sassi esplodano in un fuoco rovente. Era una cosa che aveva saputo dall'amico Benny Slightman. La morte di Benny era stata una tragedia, ma questa era mille volte peggio. Un milione.

Eddie stava scuotendo la testa. «Non... così in fretta, compagno.» Inalò di nuovo e fece una smorfia, come se l'aria fosse irta di aculei che solo lui avvertiva. Poi bisbigliò e, avrebbe riflettuto più tardi Jake, non fu per debolezza ma perché era per loro due soltanto. «Attento... a Mordred. Attento... a Dandelo.»

«Dan... Eddie, non...»

«Dandelo.» Aprendo di più gli occhi. Uno sforzo enorme. «Proteggi... il tuo... dinh... da Mordred. Da Dandelo. Tu... Oy. Tuo compito.» Gli occhi si spostarono su Roland, poi tornarono su Jake. «Sttt.» Poi: «Proteggi...»

«Lo... lo farò. Lo faremo.»

Eddie accenno un sì con la testa, poi guardò Roland. Jake gli lasciò spazio e il pistolero si chinò ad ascoltare che cosa aveva da dirgli Eddie.

 

11

 

Mai e poi mai Roland aveva visto occhi così brillanti, nemmeno a Jericho Hill, quando Cuthbert lo aveva salutato ridendo per l'ultima volta.

«Questa è la fine del nostro ka-tet», cominciò Eddie.

Roland annuì.

Eddie sorrise. «Ne abbiamo passate... delle belle.»

Roland annuì di nuovo.

«Tu... tu...» Ma questa volta Eddie non riuscì a finire. Alzò una mano e mimò debolmente una piroetta.

«Ho ballato», disse Roland annuendo. «Ho ballato la commala.»

Sì, formulò Eddie con la bocca, poi trasse un altro di quei rantoli dolorosi. Era l'ultimo.

«Grazie per la seconda possibilità», disse. «Grazie... padre.»

Non ci fu altro. Gli occhi di Eddie continuavano a guardare nei suoi ed erano ancora espressivi, ma non aveva più fiato con cui sostituire quello che aveva consumato per quell'ultima parola, quel «padre». La luce della lampada gli indorava i peli delle braccia nude. Il tuono brontolò. Poi Eddie chiuse gli occhi e reclinò la testa su un lato. Il suo lavoro era finito. Aveva lasciato il sentiero, era entrato nella radura. Sedettero in circolo intorno a lui, ma non più ka-tet.

 

12

 

Dunque, mezz'ora più tardi.

Roland, Jake, Ted e Sheemie sedevano su una panchina al centro del Mall. Non molto distante c'erano Dani Rostov e quell'individuo che sembrava un funzionario di banca. Susannah era nella camera del sorvegliante a lavare la salma del marito per la sepoltura. Da dove sedevano, la sentivano. Cantava. Tutte canzoni, a quel che sembrava, che avevano sentito cantare a Eddie durante il viaggio. Una era Born to Run. Un'altra era la Canzone del riso di Calla Bryn Sturgis.

«Dobbiamo andare e subito», disse Roland. Si stava massaggiando l'anca. Jake l'aveva visto prendere un flacone di aspirina (trovata chissà dove) dalla sua bisaccia e mandar giù tre compresse senz'acqua. «Vuoi inviarci, Sheemie?»

Sheemie annuì. Era arrivato alla panchina zoppicando, sorretto da Dinky, e nessuno aveva avuto ancora l'occasione di esaminargli la ferita al piede. La sua zoppia sembrava un fatto così marginale di fronte alle loro altre preoccupazioni; se Sheemie Ruiz fosse dovuto morire quella sera, sarebbe stato per aver aperto una porta di fortuna tra il lato del Tuono e quello dell'America. Un ennesimo strenuo sforzo di teletrasporto forse sarebbe stato letale per lui: cos'era mai una ferita a un piede?

«Proverò», rispose. «Farò del mio meglio, orsì.»

«Quelli che ci hanno aiutato a dare un'occhiata a New York, ci aiuteranno anche per questo», aggiunse Ted.

Era stato Ted a escogitare il modo per stabilire il quando corrente sul lato americano del Mondo Cardine. Lui, Dinky, Fred Worthington (quello che sembrava un banchiere) e Dani Rostov, erano stati tutti a New York, ed erano tutti in grado di evocare nitide immagini mentali di Times Square: le luci, la gente, le locandine cinematografiche e... soprattutto, il gigantesco telebollettino che trasmetteva alla folla della piazzagli avvenimenti del giorno, compiendo un giro completo di Broadway e della Quarantottesima Strada in trenta secondi circa. Lo spiraglio era rimasto aperto abbastanza a lungo perché venissero a sapere che distaccamenti della polizia scientifica statunitense stavano esaminando le fosse di presunte esecuzioni di massa nel Kosovo, che il vicepresidente Gore aveva trascorso la giornata a New York a promuovere la sua candidatura alle presidenziali, che la sera precedente Roger Clemens aveva eliminato al piatto tredici Texas Rangers ma gli Yankees avevano perso lo stesso la partita.

Con l'aiuto degli altri, Sheemie avrebbe potuto tenere lo spiraglio aperto molto più a lungo (gli altri avevano spiato la variopinta animazione di quella sera newyorkese con una sorta di famelica meraviglia, non più Infrangendo ora bensì Aprendo, Vedendo), ma non ce n'era stato bisogno. Subito dopo i punteggi del campionato di baseball, erano passate davanti ai loro occhi data e ora in fulgide lettere giallo-verde alte un piano: 18 GIUGNO 1999 9:19 PM.

Jake aprì la bocca per chiedere come potevano essere certi di aver guardato nel Mondo Cardine, quello in cui Stephen King aveva meno di un giorno da vivere, ma la richiuse subito. La risposta era nell'ora, sciocca, come sempre sono le risposte: sommando tra loro le cifre di 9.19, si otteneva diciannove.

 

13

 

«E quanto tempo fa lo avete visto?» volle sapere Roland.

Dinky calcolò. «Dev'essere almeno cinque ora fa. Basandomi su quando ha suonato la sirena del cambio di turno e il sole si è spento per la notte.»

Quindi dall'altra parte in questo momento dovrebbero essere le due e mezzo di notte, dedusse Jake, contando le ore sulle dita. Adesso pensare era arduo, persino una semplice addizione era ostacolo dal riaffiorare costante di ricordi di Eddie, ma se si concentrava bene ci riusciva ancora. Ma non puoi dare per scontato che siano solo cinque ore, perché sul lato americano il tempo scorre più veloce. Ora che i Frangitori hanno smesso di aggredire il Vettore questa differenza potrebbe diminuire, o addirittura scomparire, ma presumibilmente non subito. Per adesso probabilmente è ancora più veloce dall'altra parte.

E poteva saltare.

Magari Stephen King era seduto alla macchina per scrivere nel suo studio la mattina del 19 giugno, bello pimpante, ed ecco che... bum! Ora è sera ed è in una camera ardente dei paraggi, otto o dodici ore sono volate via in un lampo, i suoi parenti in lutto siedono nel proprio cerchio di luce fioca a cercare di decidere che tipo di cerimonia avrebbe gradito King, se, naturalmente, non lo avesse indicato lui stesso nel proprio testamento; a cercare forse di decidere persino dove dargli sepoltura. E la Torre Nera? La versione della Torre Nera descritta da Stephen King? O quella di Gan o quella del Prim? Perse per sempre, tutte quante. E quel suono che senti? Ah, sarà il Re Rosso che se la ride e ride e riride da qualche parte nei recessi della Discordia. E magari a ridere con lui c'è anche Mordred, il Ragazzo Ragno.

Per la prima volta dalla morte di Eddie, nell'anticamera della mente di Jake comparve qualcosa che non era solo cordoglio. Fu annunciato da un ticchettio sottile, come quello che avevano emesso le Bocce quando Roland e Eddie le avevano programmate. Subito prima di consegnarle ad Haylis perché andasse a piazzarle, era stato. Era il suono del tempo e il tempo non era loro amico.

«Ha ragione», esclamò. «Dobbiamo andare finché siamo ancora in tempo per fare qualcosa.»

«E Susannah...» cominciò Ted.

«No», lo interruppe subito Roland. «Susannah resta qui e voi l'aiuterete a seppellire Eddie. D'accordo?»

«Sì», rispose Ted. «Naturalmente, se è così che desideri.»

«Se non siamo di ritorno...» Roland fece i suoi conti con un occhio chiuso e l'altro rivolto al buio circostante. «Se non siamo di ritorno prima della notte che seguirà la prossima, vorrà dire che siamo tornati al Fine-Mondo a Fedic.» Sì, a Fedic, rifletté Jake. Per forza. Perché a che cosa servirebbe fare l'altra ipotesi, quella più logica, che cioè siamo morti o ci siamo perduti tra i mondi, a contezza per l'eternità?

«Conosci Fedic?» stava domandando Roland.

«A sud di qui, no?» chiese Worthington. Si era avvicinato con Dani, la bambina. «O a quello che era sud... Trampas e alcuni degli altri can-toi ne parlavano come se fosse stregata.»

«Lo è», confermò cupo Roland. «Nel caso non fossimo nella possibilità di ritornare qui, potete caricare Susannah su un treno per Fedic? So che almeno alcuni dei convogli funzionano ancora, perché...»

«Le mantelle verdi?» lo precedette Dinky annuendo. «O i Lupi, come li chiamate voi. Tutti i convogli della linea D sono ancora funzionanti. Sono automatici.»

«Sono dei mono? Parlano?» s'informò Jake. Stava pensando a Blaine.

Dinky e Ted si scambiarono un'occhiata dubbiosa, poi Dinky tornò a guardare Jake e alzò le spalle. «Come facciamo a saperlo? Io probabilmente so più di coppe D che di linee D, e credo che questo valga un po' per tutti quaggiù. Parlando di Frangitori, almeno. Potrebbero sapere qualcosa di più alcuni dei gendarmi. O quel tizio.» Con il pollice indicò Tassa, che sedeva ancora sul gradino della Casa del Capataz con la testa fra le mani.

«In tutti casi raccomanderemo a Susannah di essere prudente», mormorò Roland a Jake. Il ragazzo annuì. Meglio di così non potevano fare, ma lui aveva un'altra domanda. Prese mentalmente nota di chiedere o a Ted o a Dinky, se avesse avuto l'opportunità di farlo senza essere udito da Roland. Non gli andava di dover lasciare Susannah da sola - ogni istinto del suo cuore gridava proteste - ma sapeva che si sarebbe rifiutata di abbandonare Eddie senza sepoltura e lo sapeva anche Roland. Avrebbero potuto costringerla a seguirli solo imbavagliandola e legandola e in quel modo avrebbero peggiorato una situazione già abbastanza delicata così com'era.

«Può darsi», disse Ted, «Che alcuni dei Frangitori abbiano interesse a intraprendere il viaggio a sud con Susannah.»

Dani annuì. «Non siamo molto amati da queste parti ora che vi abbiamo aiutato», disse. «Ted e Dinky sono quelli più presi di mira, ma mezz'ora fa qualcuno mi ha sputato addosso, quand'ero nella mia stanza a prendere questo.» Mostrò loro un orsacchiotto Pooh molto malconcio ed evidentemente molto amato. «Non credo che nessuno tenterà niente finché ci siete voi, ma quando ve ne sarete andati...» Si strinse nelle spalle.

«Ma io proprio non capisco», obiettò Jake. «Sono liberi!»

«Liberi di fare cosa?» ribatté Dinky. «Pensaci. Dalla parte americana la maggior parte di loro erano dei disadattati. Ingombranti anomalie. Qui eravamo dei VIP e ci era dato il meglio di ogni cosa. Ora tutto questo è finito. Quando la guardi da questa prospettiva, ti sembra così difficile capire?»

«Sì», insisté cocciuto Jake. Probabilmente non voleva capire.

«E hanno perso qualcos'altro ancora», soggiunse Ted sottovoce. «C'è un romanzo di Ray Bardbury intitolato Farenheit 451. 'Era un piacere bruciare' sono le prime parole di quel romanzo. Ebbene, anche infrangere era un piacere.»

Dinky stava annuendo. E anche Worthington e Dani Rostov.

Persino Sheemie muoveva la testa su e giù.

 

14

 

Eddie giaceva sempre in quel cerchio di luce, ma ora il suo volto era lindo il lenzuolo superiore del letto del sorvegliante era stato ripiegato con cura all'altezza del petto. Susannah gli aveva messo una camicia bianca pulita che aveva trovato chissà dove (presumibilmente tra gli indumenti del sorvegliante), e doveva aver trovato anche un rasoio perché ora le guance erano sbarbate. Jake cercò di figurarsela seduta radere il volto del marito morto, mentre cantava: «Come-come-commala, scendiamo alla risaia»... ma sulle prima non ci riuscì. Poi, tutt'a un tratto, l'immagine si creò nella sua mente e fu così vivida che dovette lottare di nuovo per non scoppiare in singhiozzi.

Roland le parlò e Susannah ascoltò in silenzio, seduta sul bordo del letto, con le mani giunte in grembo e gli occhi abbassati. Al pistolero sembrava una vergine timida che riceve una proposta di matrimonio.

Quand'ebbe finito, lei non disse niente.

«Hai capito che cosa ti ho detto, Susannah?»

«Sì», rispose senza alzare gli occhi. «Devo seppellire mio marito. Ted e Dinky mi aiuteranno, fosse solo per impedire ai suoi amici...» (condì quell'ultima parola con un pizzico di aspro sarcasmo che incoraggiò un po' Roland; non aveva smarrito del tutto la sua presenza di spirito) «... di portarmelo via e impiccare il suo corpo al ramo di un visciolo.»

«E poi?»

«O voi trovate il modo di tornare qui e andiamo tutti a Fedic, oppure Ted e Dinky mi metteranno su un treno e io ci andrò da sola.»

Il freddo tono distaccato della sua voce non piacque affatto a Jake; anzi, gli incuteva terrore. «Sai perché dobbiamo andare dall'altra parte, vero?» chiese ansioso. «Lo sai, no?»

«Per salvare lo scrittore finché c'è ancora tempo.» Aveva sollevato una mano di Eddie e Jake guardò affascinato la cura meticolosa delle unghie. Chissà che cosa aveva usato per pulirgliele: possibile che il sorvegliante avesse avuto uno di quei piccoli tagliaunghie, come quello che suo padre portava sempre in tasca, appeso al portachiavi? «Sheemie dice che abbiamo salvato il Vettore dell'Orso e della Tartaruga. Noi pensiamo di aver salvato la rosa. Ma c'è almeno ancora una cosa da fare. Lo scrittore. Quello scrittore così svogliato.» Ora finalmente lei alzò la testa e i suoi occhi brillarono. In quel momento Jake pensò che forse sarebbe stato un bene che Susannah non fosse con loro quando - se - avessero incontrato sai Stephen King.

«Meglio per voi che lo salviate», disse. Roland e Jake udirono l'intrusione furtiva di Detta nella sua voce. «Dopo quello che è accaduto oggi, sarà meglio. E questa volta, Roland, gli dirai di non smettere di scrivere. Dovesse venire l'inferno, un'inondazione, il cancro, la gangrena dell'uccello. E lasci pur perdere il Premio Pulitzer. Gli dici di andare avanti e farla finita con la sua cazzo di storia.»

«Riferirò il messaggio», promise Roland.

Lei annuì.

«Ci raggiungerai quando avremo compiuto quest'altra missione», riprese Roland e la sua inflessione salì di una tacca sull'ultima parola, quasi trasformandola in una domanda. «Ci raggiungerai per il lavoro finale, vero?»

«Sì», rispose Susannah. «Non perché lo voglia io, quanto a motivazione, ardore e passione, non mi è rimasto niente. No, è perché lui voleva che io lo facessi.» Dolcemente, molto dolcemente, posò la mano di Eddie sul suo petto dove c'era l'altra. Poi puntò l'indice su Roland. La punta le tremava appena appena. «Non tirarmi fuori tutte le tue balle sul ka-tet, l'uno di molti e stronzate analoghe. Perché quei giorni sono finiti. Dico bene?»

«Dici il vero», confermò Roland. «Ma la Torre è ancora in piedi e aspetta.»

«Sarò sincera», ribatté lei. «M'è passato l'entusiasmo anche per quello, bello mio.» Non proprio m'è passato l'entusiasmo, ma quasi.

Ma Jake intuì che non «era sincera». Susannah non aveva perso il desiderio di vedere la Torre Nera più di quanto si fosse spento in Roland. Più di quanto si fosse assopito in lui stesso. Il loro tet si era forse spezzato, ma il ka restava. E lo sentiva lei come lo sentivano loro.

 

15

 

Prima di andarsene la baciarono e Oy la leccò in viso.

«Sii prudente, Jake», gli raccomandò Susannah. «Torna sano e salvo, capito? Eddie ti avrebbe detto la stessa cosa.»

«Lo so», rispose Jake e la baciò di nuovo. Sorrideva perché gli pareva di sentire Eddie che gli raccomandava di guardarsi il culo, ce l'aveva già crepato nel mezzo... e riprendeva a piangere per quella stessa ragione. Susannah lo tenne stretto ancora per un momento, poi lo lasciò andare e si rivolse di nuovo al marito, così immobile e freddo sul letto del sorvegliante. Jake si rendeva ben conto che in quel momento aveva ben poco tempo da dedicare a Jake Chambers o al dolore di Jake Chambers. Il suo era troppo grande.

 

16

 

In corridoio Dinky attendeva davanti alla porta. Roland si era incamminato con Ted e i due erano già arrivati in fondo, impegnati in una fitta conversazione. Jake pensò che stessero tornando al Mall, dove Sheemie (con un piccolo aiuto da parte degli altri) avrebbe cercato di spedirli ancora una volta nel lato americano. Questo gli ricordò qualcosa.

«I treni della linea D vanno a sud», disse. «O quello che dovrebbe essere sud, giusto?»

«Più o meno», confermò Dinky. «Alcune delle motrici hanno un nome, come Pioggia deliziosa o Spirito delle nevi, ma tutte hanno comunque lettere e numeri.»

«D sta per Dandelo?» s'informò Jake.

Dinky lo fissò perplesso. «Dandelo? Che roba sarebbe?»

Jake scosse la testa. Non voleva nemmeno rivelare a Dinky dove aveva udito quella parola.

«Bah, non saprei», dichiarò Dinky mentre si avviavano, «ma io ho sempre dato per certo che D stesse per Discordia. Perché è là che si dice che finiscano tutti i treni, sai... nel cuore della più disgraziata di tutte le regioni disgraziate dell'universo.»

 

17

 

Davanti a Corbett Hall era in attesa una delegazione di Frangitori. Erano spaventati e sulle spine. D come Dandelo, pensava Jake. D come Discordia. Anche D come disperati.

Roland li affrontò a braccia conserte. «Chi parla per voi?» chiese. «Se c'è uno che parla, che si faccia avanti, perché il nostro tempo qui è terminato.»

Si fece avanti un individuo distinto dai capelli grigi, un altro similfunzionario di banca, in verità. Indossava un completo grigio, una camicia bianca con il colletto aperto e un gilet grigio sbottonato. I lembi del gilet pendevano. Pendeva anche l'uomo che lo indossava.

«Voi ci avete portato via la vita», esordì. Pronunciò queste parole con una sorta di rancorosa soddisfazione, come se avesse sempre saputo che sarebbe andata a finire così (o qualcosa del genere). «La vita che conoscevamo. Che cosa ci darà in cambio, signor Gilead?»

Questo preambolo fu salutato da un brusio di approvazione. Nell'udirlo, Jake Chambers si sentì infuriare come mai gli era accaduto prima. La mano, muovendosi per volontà propria, scese al calcio della Coyote, l'accarezzò e trovo freddo conforto nella sua forma. Persino una breve tregua dal cordoglio. E Roland sapeva, perché senza guardare si portò la mano dietro la schiena e la posò su quella di Jake. Gliela strinse finché Jake non fu costretto a mollare l'arma.

«Ti dirò che cosa ho da dare, giacché me lo chiedi», rispose il pistolero. «Ho in mente di radere al suolo questo posto dove voi vi siete nutriti del cervello di bambini indifesi al solo scopo di distruggere l'universo. Aye, ridurlo a una distesa di ceneri. E ho intenzione di programmare certe sfere volanti di cui sono entrato in possesso perché esplodano e disintegrino tutto quello che il fuoco non avrà consumato. Ho intenzione di mostrarvi la via per il fiume Whye e i verdi Calla della sponda opposta e quindi spedirvi da quella parte accompagnandovi con una maledizione che mi ha insegnato mio padre: che possiate vivere a lungo, ma non in buona salute.»

Un mormorio di risentimento salutò quelle parole, ma non uno sguardo incrociò quello di Roland. L'uomo che aveva accettato di fare da portavoce (e nonostante la collera, Jake gli riconobbe un certo coraggio) si dondolava sui piedi come se stesse per perdere i sensi.

«I Calla ci sono ancora, da quella parte», riprese Roland puntando il dito. «Se andate, alcuni, forse molti, moriranno lungo la via, perché là fuori ci sono animali affamati e l'acqua che troverete potrebbe forse essere avvelenata. Non dubito che il folken dei Calla sappia chi siete e che cosa avete fatto anche se mentiste, perché fra loro ci sono i Manni e i Manni vedono molte cose. Tuttavia è sempre possibile che troviate perdono invece della morte, perché la capacità di perdonare nel cuore di quelle persone va oltre la capacità di capire del cuore di gente come voi. O come me, se è per questo.

«Che vi mettano a lavorare e che il resto dei vostri giorni sarà trascorso non nell'agio che avete conosciuto finora ma nella fatica e nel sudore, non ho dubbio, ciononostante vi esorto ad andare, fosse solo per trovare redenzione per ciò che avete fatto.»

«Noi non sapevamo che cosa stavamo facendo, o forestiero chary!» gridò con rabbia una donna nascosta nel gruppo.

«LO SAPEVATE!» le rispose Jake, urlando così forte da farsi apparire punti neri davanti agli occhi e ancora una volta la mano di Roland scattò all'istante a fermare la sua. Davvero avrebbe mitragliato la folla con la Coyote recando altra morte in quel luogo terribile? Non lo sapeva. Sapeva però che alle volte le mani del pistolero sfuggono al suo controllo quando stringono un'arma. «Non t'azzardare a sostenere che non lo sapevate! Voi lo sapevate!»

«Tanto vi concederò, di grazia», dichiarò Roland. «Io e i miei amici, quelli che sono rimasti, e sebbene sia sicuro che sarebbe d'accordo anche quello che giace morto laggiù, motivo per il quale vi parlo in questo modo, risparmieremo questo posto. C'è cibo a sufficienza perché abbiate a nutrirvi per il resto della vostra vita, non ne dubito, e ci sono robot per cucinarlo e lavare i vostri indumenti e persino pulirvi il culo, se è di questo che credete di aver bisogno. Se preferite il purgatorio alla redenzione, allora restate qui. Fossi in voi, io intraprenderei il viaggio. Seguirei i binari che escono dalle tenebre. Confessate loro quello che avete fatto prima che siano loro a dirlo a voi e inginocchiatevi a capo scoperto e implorate il loro perdono.»

«Mai!» gridò qualcuno in tono deciso, ma Jake ebbe l'impressione che alcuni degli altri fossero meno convinti.

«Come volete», ribatté Roland. «Io ho detto la mia ultima parola sull'argomento e il prossimo che mi parlerà possa quindi rimanere in silenzio per sempre, perché uno dei miei compagni sta in questo momento preparando un altro, suo marito, perché giaccia nella terra e io sono pieno di dolore e ira. Qualcuno vuol parlare ancora? Qualcuno vuol sfidare la mia collera? Se è così, sfidate questa.» Estrasse la pistola e si posò la canna nell'incavo della spalla. Jake gli si piazzò accanto, spianando finalmente la Coyote.

Ci fu un momento di silenzio, poi il portavoce si girò dall'altra parte.

«Non ci spari, mister, avete già ucciso abbastanza», supplicò qualcuno.

Roland non rispose e la folla cominciò a disperdersi. Alcuni allungarono il passo fino a mettersi a correre e gli altri ne furono via via contagiati. Fuggirono in silenzio, eccetto per i pochi che piangevano, e presto il buio li ebbe ingoiati tutti.

«Caspita», mormorò Dinky. Il suo tono era pieno di rispetto.

«Roland», disse Ted. «Quello che hanno fatto non era interamente colpa loro. Pensavo di avertelo spiegato, ma evidentemente non sono stato molto abile.»

Roland ripose la rivoltella. «Sei stato più che abile», lo tranquillizzò. «È per questo che sono ancora vivi.»

Adesso avevano di nuovo tutta per loro la parte del Mall sul lato di Casa Damli e Sheemie si avvicinò a Roland zoppicando. Aveva gli occhi sgranati in un'espressione solenne. «Vuoi mostrarmi dove volete andare, caro?» chiese. «Vuoi farmi vedere il posto?»

Il posto. Roland era così fissato sul quando che non aveva pensato al dove. E i suoi ricordi della via che avevano percorso a Lovell erano alquanto schematici. A guidare la macchina di John Cullum era stato Eddie e Roland era immerso nelle sue riflessioni, concentrato sulle cose che doveva dire per convincere il vecchio ad aiutarli.

«Ted ti aveva mostrato un posto prima di farsi inviare?» domandò a Sheemie.

«Aye, orsì. Solo che non sapeva che me lo stava mostrando. Era un'immagine infantile... Non saprei come spiegarlo bene... Stupido che sono! Questa testa piena di ragnatele!» Sheemie si batté tra gli occhi con un pugno.

Roland gli prese la mano prima che potesse percuotersi di nuovo e gli distese le dita. Lo fece con delicatezza sorprendente. «No, Sheemie. Io credo di capire. Tu hai trovato un pensiero... un ricordo di quand'era molto piccolo.»

Intanto era arrivato anche Ted. «Dev'essere stato per forza così», confermò. «Non so perché non ci sono arrivato prima. Forse perché era troppo semplice. Io sono cresciuto a Milford, e il posto in cui sono spuntato nel 1960 era a uno sputo da Milford in termini geografici. Sheemie deve aver trovato il ricordo di una gita in carrozza, o magari sul Hartford Trolley, per andare a trovare zio Jim e zia Molly a Bridgeport. Qualcosa rimasto nel mio inconscio.» Scosse la testa. «Mi sembrava che il posto dov'ero sbucato avesse qualcosa di familiare, ma naturalmente erano passati molti anni. Quando io ero bambino, la Merritt Parkway non esisteva.»

«Hai un'immagine così da mostrarmi?» chiese ansioso Sheemie a Roland.

Roland pensò ancora una volta al posto dove si erano fermati sulla Route 7 a Lovell, il punto dove aveva chiamato fuori dal bosco Chevin di Chayven, ma purtroppo il luogo non era abbastanza ben definito, non c'erano punti di riferimento che lo distinguessero da altri simili. Lui comunque non ne ricordava alcuno.

Poi gli venne un'altra idea. Che aveva a che fare con Eddie.

«Sheemie!»

«Aye, Roland di Gilead, Will Dearborn che fu!»

Roland gli posò la mani ai lati della testa. «Chiudi gli occhi Sheemie, figlio di Stanley.»

Sheemie fece come gli era stato chiesto, poi allungò a sua volta le braccia per afferrare Roland per la testa. Roland chiuse gli occhi.

«Vedi quello che vedo io, Sheemie», gli disse. «Vedi dove dobbiamo andare. Vedilo molto bene.»

E Sheemie vide.

 

18

 

Mentre Roland proiettava e Sheemie vedeva, Dani Rostov chiamò sottovoce Jake.

Quando le fu davanti, Jake esitò, come timoroso di quello che la bambina avrebbe potuto dire o fare. Era sul punto di chiederglielo, ma lei gli chiuse la bocca con un bacio. Le sue labbra erano incredibilmente morbide.

«Questo per augurarti buona fortuna», gli disse Dani e quando vide il suo stupore e capì la forza di quello che aveva appena fatto, la sua timidezza diminuì. Gli passò le braccia intorno al collo (sempre stringendo in una mano l'orsetto spelacchiato; Jake ne avvertì il soffice contatto sulla schiena) e lo baciò di nuovo. Jake sentì la pressione dei suoi seni minuscoli e duri e avrebbe ricordato quella sensazione per il resto della vita. Avrebbe ricordato lei per il resto della vita.

«E questo è per me.» Dani riparò al fianco di Ted Brautigan, con gli occhi bassi e le guance rosse, negandogli la possibilità di rispondere. Non che Jake avrebbe detto nulla, neppure a rischio della vita. Aveva la gola serrata.

Ted lo guardò e sorrise. «Giudica gli altri dal primo», gli disse. «Fidati di me. Io lo so.»

Ancora Jake non riuscì a spiccicare verbo. Quasi che lei gli avesse sferrato un cazzotto alla testa invece di baciarlo sulle labbra. Tanto era stordito.

 

19

 

Quindici minuti dopo quattro uomini, una bambina, un bimbolo e un ragazzo stordito e confuso (e molto stanco) occupavano il Mall in assoluta solitudine. Gli altri Frangitori erano scomparsi. Da dove si trovava, Jake scorgeva la finestra illuminata al pianterreno di Corbett Hall, quella della stanza dove Susannah accudiva il suo uomo. Il tuono brontolò. Ora Ted parlò come nell'ufficio alla Stazione di Rombo di Tuono dove sulla targhetta d'ottone della giacca rossa c'era scritto CAPO SPEDIZIONI, quando la morte di Eddie era ancora inimmaginabile: «Prendetevi per mano. E concentratevi».

Jake fece per prendere la mano di Dani Rostov, ma Dinky scosse la testa con un sorrisetto. «Forse puoi tenerla per mano un altro giorno, eroe, ma in questo momento tu sei quello al centro del cerchio. E l'altro è il tuo dinh.»

«Tenetevi per mano l'uno con l'altro», ordinò loro Sheemie. C'era nella sua voce una serena autorevolezza che Jake non gli aveva mai sentito. «Aiuterà.»

Jake s'infilò Oy nella camicia. «Roland, hai potuto mostrare a Sheemie...»

«Guarda», lo esortò Roland prendendogli le mani. Intanto gli altri creavano intorno a loro una cerchia serrata. «Guarda. Credo che vedrai.»

Nel buio si aprì una fessura brillante che cancellò Sheemie e Ted alla vista di Jake. Per un momento tremò e si affievolì e Jake pensò che stesse scomparendo. Poi la luce s'intensificò di nuovo e la fessura si allargò. Udì, debolissimo (come i suoni si propagano sott'acqua), il rumore di un veicolo a motore che stava passando in quell'altro mondo. Vide un fabbricato con davanti un piccolo spiazzo asfaltato. Vi erano parcheggiate tre automobili e un pick-up.

Luce del giorno! pensò sgomento. Perché se nel Mondo Cardine il tempo non scorreva mai all'indietro, significava che il tempo aveva veramente fatto un salto. Se quello era il Mondo Cardine, allora era sabato, 19 giugno, nell'anno...

«Presto!» gridò Ted dall'altra parte di quel fulgido squarcio nella realtà. «Se dovete andare, andate ora! Sta per svenire! Se dovete andare...»

Roland strattonò Jake e la bisaccia gli rimbalzò sulla schiena.

Aspetta! avrebbe voluto gridargli Jake. Aspetta, ho dimenticato la mia roba!

Ma era troppo tardi. Ci fu la sensazione di mani gigantesche che gli strizzavano il torace, sentì tutta l'aria che gli fuoriusciva dai polmoni e pensò: cambio di pressione. Ci fu quindi la sensazione di cadere all'insù, dopodiché barcollava in equilibrio instabile nel parcheggio con l'ombra attaccata ai tacchi, facendo smorfie e stringendo gli occhi, mentre si domandava in qualche recesso della menta da quanto tempo la sua vista non era stata esposta alla semplice, vecchia e naturale luce del giorno. Non più da quando era entrato nella Grotta di Passo all'inseguimento di Susannah, forse.

Udì qualcuno - pensò che fosse la bambina che lo aveva baciato - che da lontano gli augurava buona fortuna, poi più nulla. Rombo di tuono non c'era più e con esso il Devar-Toi e le tenebre. Erano sul lato americano, nel parcheggio al quale erano stati indirizzati dal ricordo di Roland e dai poteri di Sheemie, questi ultimi amplificati dall'ausilio degli altri quattro Frangitori. Era l'East Stoneham General Store, dove Roland e Eddie avevano subito l'agguato di Jack Andolini. Se nonché, a meno di qualche spaventoso errore, quello scontro era avvenuto ventidue anni prima. Ora era il 19 giugno del 1999, e l'orologio in vetrina (È SEMPRE L'ORA PER UNA FETTA Di BOARD'S HEAD! era la scritta nella cornice circolare) indicava diciannove minuti alle quattro del pomeriggio.

Il tempo era quasi scaduto.

 

PARTE TERZA

IN QUESTA CHIAZZA DI VERDE E ORO

 

VES'-KA GAN

 

1

La signora Tassenbaum va a sud

 

1

 

La rapidità quasi soprannaturale di cui era in possesso nel muovere la mano, non arrivò nemmeno a sfiorare la mente di Jake Chambers. Fatto sta che quando emergendo dal Devar-Toi si ritrovò barcollante di nuovo in America, la camicia, gonfiata in una curva da gestante per la presenza di Oy, gli stava uscendo dai jeans. Il bimbolo, che quanto a transizione tra i mondi non aveva mai molta fortuna (l'ultima volta era stato quasi piallato da un taxi), precipitò fuori. Quasi tutti al mondo non sarebbero stati in grado di scongiurare quella caduta (che molto probabilmente non avrebbe procurato alcun danno a Oy), ma Jake non era quasi tutti. Il ka lo aveva preteso con tanta tenacia da aver persino escogitato il modo di eludere la morte per metterlo al fianco di Roland. Ora le sue mani partirono a una tale velocità che nell'istante del loro movimento fu impossibile vederle. Quando ricomparvero, una stringeva la pelliccia più folta della collottola di Oy e l'altra quella più corta del fondoschiena. Jake posò per terra l'amico. Oy alzò il muso verso di lui e abbaiò. Sembrò volesse esprimere contemporaneamente due concetti: grazie e non ci riprovare.

«Diamoci da fare», lo incalzò Roland. «Abbiamo poco tempo.»

Jake lo seguì verso il negozio, mentre Oy si accodava come suo costume al padroncino. Appeso a una ventosa all'interno del vetro della porta c'era un cartello. SIAMO APERTI, ENTRATE A FARCI VISITA diceva, come già nel 1977. A sinistra della porta, in vetrina c'era un altro avviso appeso con il nastro adesivo:

 

VENITE SOLI

VENITE IN COMPAGNIA ALLA

FAGIOLATA ALLA BRACE

DELLA PRIMA CHIESA CONGREGAZIONALE

Sabato 19 giugno 1999

Incrocio Route 7 & Klatt Road

 

CANONICA (sul retro)

17-19.30

 

ALLA PRIMA CONGO

È SEMPRE UN PIACERE VEDERTI, CARO VICINO!

 

La fagiolata comincerà tra un'ora circa, calcolò Jake. Staranno già stendendo le tovaglie e apparecchiando i tavoli.

A destra della porta c'era un avviso al pubblico ancora più sorprendente:

 

PRIMA CHIESA DEI WALK-IN

LOVELL-STONEHAM

VUOI PREGARE ANCHE TU CON NOI

 

FUNZIONI:

DOMENICA ORE 10

GIOVEDÌ ORE 19

 

TUTTI I MERCOLEDÌ

SERATA DELLA GIOVENTÙ!!! 19-21!

GIOCHI! MUSICA! DOTTRINA!

*** E ***

NOTIZIE SUI WALK-IN!

Ehi, brava gente!

O con noi o niente!!!

«Noi cerchiamo la Porta per il Paradiso.

Vuoi cercarla con noi?»

 

Jake ricordò Harrigan, il predicatore vagabondo all'angolo della Seconda Avenue con la Quarantaseiesima, e si domandò da quale di quelle due Chiese si sarebbe sentito attrarre. La testa gli avrebbe indicato la Prima Congo, ma il cuore...

«Muoviti, Jake», ripeté Roland e, quando aprì la porta, la campanella tintinnò. I profumi che uscirono dal negozio ricordarono a Jake (come già era accaduto a Eddie) quello di Took nella via principale del Calla: dolci al caffè e alla menta, tabacco e salumi, olio d'oliva, l'odore insinuante della salamoia, zucchero e spezie e molto di quanto c'è di più buono al mondo.

Entrò alle spalle di Roland, conscio di aver portato con sé almeno due cose: la Coyote infilata nella cintola dei jeans e la sacca di Oriza ancora appesa alla spalla, sul lato sinistro, perché i pochi piatti che ancora gli restavano fossero facilmente accessibili alla mano destra.

 

2

 

Al banco, Wendell «Chip» McAvoy stava pesando un'ordinazione considerevole di tacchino al miele che aveva affettato per la signora Tassenbaum e, prima che la campanella sopra la porta suonasse ribaltando di nuovo la vita di Chip (ti sei tartarugato, dicevano i vecchi quando capottavi nel fosso), negoziante e cliente stavano discutendo della crescente presenza di acquascooter al Keywadin Pond... o per meglio dire era la signora Tassenbaum a discuterne.

Chip considerava la signora T. una più o meno tipica residente estiva: ricca come Creso (lo era quanto meno suo marito, titolare di una di quelle nuove società dot-com), garrula come un pappagallo pieno di whisky e matta come Howard Hughes fatto di morfina. Ne aveva abbastanza da comprarsi tranquillamente un cabinato di parecchi metri (e due decine di acquascooter per trainarlo, se ne avesse avuto capriccio), invece si recava a fare compere a quell'estremità del lago a bordo di una vecchia barca a remi, che ormeggiava a un dipresso dove John Cullum soleva legare la sua fino a Quel Giorno (via via che il trascorrere degli anni aveva levigato la sua storia a un crescente grado di purezza, come la progressiva brunitura di un mobile di teak lucidato giorno dopo giorno, Chip aveva progressivamente enfatizzato nel tono della voce la presenza delle due lettere maiuscole, parlando di Quel Giorno nello stesso tono riverente che usava il reverendo Conveigh quando parlava di Nostro Signore). La Tassenbaum era loquace, invadente, piacente (abbastanza... gli pareva... a voler dimenticare trucco e lacca), imbottita di soldi e Repubblicana. Date le circostanze Chip McAvoy si sentiva perfettamente giustificato nell'appoggiare furtivamente il pollice sullo spigolo del piatto della bilancia... un trucchetto imparato da suo padre, che gli aveva spiegato che era praticamente un dovere fregare i villeggianti da fuori se erano persone che se lo potevano permettere, ma che mai e poi mai bisognava fregare i compaesani, nemmeno fossero stati ricchi come quello scrittore, quel King di Lovell. Perché? Perché le notizie girano e di punto in bianco ti ritrovi a servire solo ed esclusivamente clientela da fuori, e prova a sbarcare il lunario così nel mese di febbraio, quando i cumuli di neve ai bordi della Route 7 sono alti tre metri. Comunque non era febbraio e la signora Tassenbaum - una Figlia di Abramo, se mai ne aveva vista una - non era di quelle parti. No, la signora Tassenbaum e il suo marito dot-com ricco come Creso sarebbero tornati a Giud York alla comparsa della prima foglia colorata d'autunno. Motivo per cui si sentiva perfettamente in pace con se stesso nel trasformare con l'aiuto del pollice la sua ordinazione di tacchino da sei dollari in sette dollari e ottanta centesimi. Né trovò difficoltà a convenire con lei quando cambiò argomento e si mise a sacramentare contro quell'essere orribile che era Bill Clinton, sebbene lui stesso avesse votato due volte per Bubba e lo avrebbe votato una terza volta ancora, se la Costituzione gli avesse consentito di presentarsi per un altro mandato. Bubba era in gamba, era bravo nel persuadere quei dannati arabi a fare come voleva lui, non aveva dimenticato completamente i lavoratori e, per Satanasso, vedeva più passera di un asse del cesso.

«E adesso Gore si illude di cavalcare la sua tigre!» esclamò la signora Tassenbaum, mentre cercava il libretto degli assegni (il tacchino sulla bilancia si appesantì magicamente di altri cinquanta grammi e a quel punto Chip ritenne prudente fermarsi). «Sostiene di aver inventato Internet! Ah! Ma figurati! A me lo viene a raccontare, che conosco di persona chi lo ha inventato!» Alzò la testa (in quel momento il pollice di Chip era ben lontano dalla bilancia, aveva un istinto per quel genere di cose, diavolo se non l'aveva) e rivolse al negoziante un sorrisetto malandrino. Abbassò la voce nel tono confidenziale del «resti tra noi». «Per forza, sono vent'anni che dormo nello stesso letto con lui!»

Chip rise, affabile, tolse dalla bilancia il tacchino affettato e lo confezionò in un foglio di carta bianca. Era contento che non si parlasse più di acquascooter, visto che lui stesso ne aveva ordinato uno alla Viking Motors («Qui c'è il giocattolo per te») a Oxford.

«So che cosa vuol dire! Quel Gore, quel suo fare da furbetto!» La signora Tassenbaum annuiva con entusiasmo, così Chip decise di calcare un po' la mano. Non gli costava niente. «I capelli, per esempio... Come ci si può fidare di un uomo che si impiastriccia in quel modo in...»

Fu allora che suonò la campanella della porta. Chip guardò. Vide. E si congelò. Da Quel Giorno, ne era passata di acqua sotto i ponti, ma Wendell «Chip» McAvoy riconobbe l'uomo che aveva provocato tutto quel disastro nell'attimo stesso in cui varcò la soglia del suo negozio. Certe facce non si dimenticano e non aveva sempre saputo, nell'angolino più segreto del cuore, che l'uomo dai terribili occhi azzurri non aveva finito il suo lavoro e sarebbe tornato?

Tornato per lui?

Quel pensiero sciolse la sua paralisi. Chip si girò e se la diede a gambe. Non riuscì a compiere più di tre passi dietro il bancone prima che echeggiasse uno sparo, potente come un tuono nello spazio ristretto - il negozio era più grande ed elegante di com'era stato nel 1977, con immensa gratitudine per suo padre che tanto aveva insistito nel pretendere alti massimali assicurativi - e la signora Tassenbaum lanciò uno strillo da squarciare i timpani. Tre o quattro persone che si aggiravano per le corsie si voltarono attonite, e una delle clienti piombò a terra priva di sensi. Chip ebbe tempo di riconoscere Rhoda Beemer, la figlia maggiore di una delle due donne rimaste uccise là dentro Quel Giorno. Poi fu come se il tempo avesse fatto marcia indietro e, distesa sul pavimento con un barattolo in salsa che le rotolava dalla mano dischiusa, vide Ruth. Aveva sentito una pallottola fischiargli sopra la testa come un'ape infuriata ed era scivolato in una brusca frenata con le braccia alzate.

«Non mi uccida, mister!» implorò nella voce esile e tremante di un vecchio. «Prenda tutto quello che c'è in cassa, ma non mi uccida!»

«Girati», disse la voce dell'uomo che Quel Giorno aveva tartarugato il mondo di Chip, l'uomo che per poco non gli era costato la vita (era rimasto due settimane all'ospedale di Bridgton, Santa Maria Madre) e che ora ricompariva come un vecchio mostro dall'armadio di un bambino. «Voi altri tutti per terra, ma tu girati da questa parte, bottegaio. Girati e guardami.

«Guardami molto bene.»

 

3

 

L'uomo vacillò e per un momento Roland pensò che sarebbe svenuto invece di girarsi. Ma forse l'istinto di sopravvivenza lo informò che svenire sarebbe stato probabilmente ancora più rischioso, perché il negoziante riuscì a reggersi in piedi e finalmente si voltò a guardare il pistolero. Il suo abbigliamento era fin troppo simile a quello dell'ultima volta che Roland era stato lì; poteva perfino darsi che quelli fossero lo stesso grembiule da macellaio, allacciato al di sopra della vita, e la stessa cravatta nera. Portava ancora i capelli pettinati all'indietro, solo che ora erano bianchi e non più brizzolati. Roland ricordava il sangue che gli schizzava dalla tempia destra quando era stato ferito di striscio da un proiettile che, per quel che ne sapeva lui, era stato esploso da Andolini. Si vedeva bene la cicatrice, una strisciolina di pelle in rilievo e un po' più scura. Evidentemente gli piaceva acconciare i capelli in modo da mostrare la ferita invece di nasconderla. Quel giorno aveva avuto la fortuna dell'ingenuo o era stato salvato dal ka. Roland propendeva per la seconda ipotesi.

A giudicare dall'angoscia che gli stava procurando ripresentandoglisi davanti, doveva essere della stessa opinione anche lui.

«Hai un'autocarrozza o un autocarrozzone o un tack-sì?» chiese Roland, con la pistola puntata all'addome del negoziante.

Jake si portò al fianco di Roland. «Che veicolo hai?» domandò al gestore. «È questo che vuole sapere.»

«Un pick-up!» riuscì a rispondere lui. «International Harvester! È fuori nel parcheggio!» Infilò la mano sotto il grembiule così improvvisamente che Roland fu a un nulla dallo sparargli. Per sua fortuna, il negoziante non se ne accorse. Intanto tutti gli avventori erano bocconi, compresa la donna che prima era al banco. Roland fiutò l'aroma del tacchino che stava acquistando e il suo stomaco rumoreggiò. Era stanco, affamato, sovraccarico di dolore, e c'erano troppe cose a cui pensare, davvero troppe. La sua mente non riusciva a starci dietro. Jake avrebbe detto che aveva bisogno di «prendersi un time-out», ma non vedeva time-out nel loro immediato futuro.

Il negoziante gli stava mostrando delle chiavi. Gli tremavano le dita e le chiavi tintinnavano. Il sole del tardo pomeriggio che entrava obliquo dalle vetrine le investì e sprizzò riflessi complicati negli occhi del pistolero. Prima l'uomo con il grembiule bianco aveva fatto scomparire una mano senza chiedere il permesso (e non lentamente); adesso faceva dondolare un mazzo di oggetti metallici riflettenti come per accecarlo. Sembrava quasi che volesse farsi ammazzare. Ma era stato così anche il giorno dell'imboscata, vero? Il negoziante (più svelto di gambe allora e più eretto nella schiena) aveva seguito lui e Eddie da un posto all'altro come un gatto che non vuole piantarla di finirti fra i piedi, senza badare alle pallottole che volavano da tutte le parti (come era sembrato insensibile a quella che gli aveva aperto un solco nella testa). A un certo punto, ricordò Roland, si era messo a parlare di suo figlio, quasi come si conversa dal barbiere, seduti nell'attesa del proprio turno sotto le forbici. Un ka-mai, dunque, e quelli come lui il più delle volte la scampavano incolumi. Almeno fino a quando il ka si stancava delle loro arlecchinate e li spazzava via dal mondo.

«Prendete il pick-up, prendetelo e andate via!» gli stava dicendo il negoziante. «È vostro! Ve lo regalo! Sul serio!»

«Se non la pianti di abbagliarmi con quelle dannate chiavi, sai, invece del carro mi prendo il tuo fiato», lo avvertì Roland. Dietro il banco c'era un altro orologio. Aveva già notato che quel mondo era pieno di orologi, quasi che la gente che ci viveva credesse che piazzandone un po' dappertutto si potesse ingabbiare il tempo. Dieci minuti alle quattro, il che significava che erano sul lato americano già da nove minuti. Il tempo correva, correva. Da quelle parti c'era Stephen King, quasi certamente già a passeggio, e in grave pericolo, sebbene non lo sapesse. O era già successo? Avevano sempre dato per scontato, lo aveva fatto quanto meno lui, Roland, che la morte dello scrittore avrebbe avuto su di loro un contraccolpo violento, come un altro vettoremoto, ma forse non era così. Forse l'impatto della sua morte sarebbe stato più graduale.

«Quanto dista da qui Turtleback Lane?» chiese Roland al negoziante.

L'anziano sai lo fissò in silenzio con gli occhi sbarrati e umidi di terrore. Mai in vita sua Roland aveva avuto tanta voglia di sparare a un uomo... o almeno percuoterlo con il calcio della pistola. Gli sembrava più scemo di una capra con la zampa incastrata in una crepa.

Fu allora che parlò la donna sdraiata davanti al banco. Guardava Roland e Jake, sollevando la testa e tenendosi contro la nuca le dita intrecciate. «È a Lovell, mister. Saranno cinque miglia da qui.»

Uno sguardo a quegli occhi - dilatati e castani, impauriti ma non terrorizzati - e Roland concluse che la persona di cui aveva bisogno era quella, non il bottegaio. A meno che...

Si rivolse a Jake. «Sai guidare il carro del bottegaio per cinque miglia?»

Vide che il ragazzo avrebbe voluto rispondere di sì, per poi rendersi conto che non poteva rischiare di far fallire la loro missione per aver voluto cercare di fare una cosa che lui, ragazzo di città, non aveva mai fatto in vita sua.

«No», ammise Jake. «E tu?»

Roland aveva guardato Eddie alla guida della macchina di John Cullum. Non gli era sembrato difficile... ma doveva considerare il suo problema all'anca. Rosa gli aveva detto che l'agra secca degenerava in fretta, come un incendio spinto da un vento forte, aveva detto, e ora sapeva che cosa aveva inteso. Durante il viaggio a Calla Bryn Sturgis il dolore all'anca era ancora un formicolio sporadico. Adesso era come se gli avessero iniettato piombo fuso nell'articolazione e poi gliel'avessero avvolta in giri di filo spinato. Il dolore si irradiava lungo la gamba fino alla caviglia destra. Aveva visto come Eddie manovrava i pedali, passando da quello che faceva accelerare il veicolo a quello che lo faceva rallentare, usando sempre il piede destro. Voleva dire che l'estremità superiore del femore ruotava in continuazione nella cavità dell'anca.

Non riteneva di poterselo permettere. Non con un grado accettabile di sicurezza.

«Penso di no», rispose. Prese le chiavi del negoziante, poi guardò la donna stesa davanti al bancone. «Alzati, sai», le ordinò.

La signora Tassenbaum ubbidì, e, quando fu in piedi, Roland le consegnò le chiavi. Continuo a incontrare persone utili qui dentro, rifletté. Se questa è all'altezza di Cullum, può ancora darsi che ce la facciamo.

«Porterai a Lovell me e il mio giovane amico», le annunciò.

«In Turtleback Lane», disse lei.

«Hai detto il vero, io dico grazie.»

«Ha intenzione di uccidermi dopo che vi avrò portati dove volete andare?»

«Solo se ti gingilli», rispose Roland.

Lei ci pensò su, quindi annuì. «Allora non mi gingillerò. Andiamo.»

«Buona fortuna, signora Tassenbaum», le augurò il negoziante con un filo di voce quando la donna si avviò alla porta.

«Se non torno», ribatté lei, «lei ricordi bene una cosa: è stato mio marito a inventare Internet. Lui e i suoi amici, in parte al CalTech e in parte nei garage di casa loro. Non Albert Gore.»

Lo stomaco di Roland gorgogliò di nuovo. Allungò la mano dietro il banco (il negoziante si ritrasse quasi che Roland avesse la peste rossa), raccattò il tacchino della donna, ne ripiegò due o tre fette e se le ficcò in bocca. Passò il resto a Jake, che mangiò due fette e poi abbassò lo sguardo su Oy, che fissava la carne con grande interesse.

«Ti darò la tua razione quando saremo sul pick-up», gli promise.

«Ack», rispose Oy. Poi, con impeto assai maggiore. «Azione!»

«Gesù Cristo santissimo», gemette il negoziante.

 

4

 

L'accento yankee dell'esercente poteva essere stato simpatico, ma non lo era il suo camioncino. Tanto per cominciare aveva il cambio manuale. Irene Tassenbaum non usava un cambio manuale da quando era stata Irene Cantora di Staten Island. Era anche un cambio a cloche, che per lei era una novità assoluta.

Jake era seduto al suo fianco con la detta leva del cambio tra le gambe e Oy (masticava ancora tacchino) in grembo. Roland occupava il sedile del passeggero, dove si era sistemato a fatica reprimendo un ringhio per il dolore alla gamba. Quando avviò il motore, Irene dimenticò di tenere schiacciata la frizione. Il pick-up spiccò un balzo in avanti e si fermò. Per fortuna batteva le strade del Maine occidentale fin dalla metà degli anni Sessanta e il suo fu il balzo modesto di una cavalla anziana e non la sgroppata vigorosa di un puledro. Altrimenti Chip McAvoy avrebbe perso di nuovo almeno una delle sue vetrate. Oy annaspò per mantenere l'equilibrio sulle ginocchia di Jake e sputò pezzetti di tacchino assieme a una parola che aveva imparato da Eddie.

Irene guardò il bimbolo con gli occhi sgranati per lo stupore. «Ho sentito quella creatura dire cazzo, giovanotto?»

«Lei non ci pensi», rispose Jake. Gli tremava la voce. Le lancette dell'orologio della Boar's Head indicavano ora cinque minuti alle quattro. Al pari di Roland, non aveva mai percepito così netta la sensazione di aver così poco controllo sul tempo. «Usi la frizione e ci porti via da qui!»

Per fortuna la sequenza delle marce incisa sul pomolo della leva era ancora abbastanza visibile. La signora Tassenbaum schiacciò il pedale della frizione, grattò spaventosamente e trovò finalmente la marcia indietro. Il pick-up retrocesse sulla Route 7 in una serie di sussulti, poi si bloccò a metà della linea bianca. La signora Tassenbaum girò la chiave dell'accensione accorgendosi di aver dimenticato di nuovo la frizione giusto quel tanto troppo tardi da non poter evitare un'altra serie di spasmi. Ormai Roland e Jake erano entrambi aggrappati al polveroso cruscotto metallico, dove un adesivo scolorito proclamava AMERICA! AMALA O LASCIALA nei colori rosso, bianco e blu. Quella serie di singhiozzi furono per la verità una benedizione, perché in quel preciso istante dal dosso a nord del negozio sbucò un autocarro carico di tronchi (fu impossibile per Roland non pensare a quello che si era schiantato l'ultima volta che era stato lì). Se il pick-up non fosse rientrato sobbalzando nel parcheggio del General Store (ammaccando il parafango di un'automobile quando finalmente si fermò), sarebbero stati centrati in pieno. E con tutta probabilità uccisi. L'autocarro di legname sbandò, il clacson protestò a gran voce, le ruote posteriori sollevarono polvere.

La creatura in grembo al ragazzo - alla signora Tassenbaum sembrava un bizzarro incrocio tra un cane e un procione - abbaiò di nuovo.

Cazzo. Ne era quasi certa.

Dietro alla vetrata erano allineati il negoziante e gli altri avventori e tutt'a un tratto la signora Tassenbaum seppe che effetto faceva essere un pesce in un acquario.

«Signora, sa guidare questo coso sì o no?» gridò il ragazzo. Aveva una sacca in spalla. Faceva pensare a quella dei ragazzi che consegnano i quotidiani a domicilio, solo che la sua era di pelle e non di tela e sembrava contenere dei piatti.

«Lo so guidare, giovanotto, calmino.»

Era terrorizzata, eppure allo stesso tempo... si stava divertendo? Sì, le sembrava di sì. Da quasi diciotto anni era poco più che un ornamento del grande David Tassenbaum, una figurante in una vita sempre più celebrata, la signora che diceva: «Provi uno di questi», offrendo hors d'oeuvres ai party. Ora, tutt'a un tratto, era al centro di qualcosa, e aveva il sospetto che fosse qualcosa di estremamente importante.

«Fai un respiro profondo», le suggerì l'uomo con la faccia abbronzata da duro. Aveva fissato quei brillanti occhi celesti su di lei e da quel momento le era difficile pensare ad altro. Ed era anche una sensazione piacevole. Se è ipnosi, pensò, dovrebbero insegnare questo trucco nelle scuole pubbliche. «Trattienilo e rilascialo. E poi portaci via da qui, per l'amore di tuo padre.»

La signora Tassenbaum trasse un respiro profondo come richiesto e all'improvviso i colori le sembrarono più sgargianti, quasi fulgidi. E sentì un canto in sottofondo. Un coro di belle voci. Era la radio del pick-up, sintonizzata su un programma operistico? Non c'era tempo per controllare. Ma era piacevole. Qualunque cosa fosse. Rilassante come il respiro profondo.

Spinse la frizione e riavviò il motore. Questa volta trovò la marcia indietro al primo tentativo e retrocesse nella strada quasi dolcemente. Quando provò a cambiare marcia, innestò la seconda invece della prima e, quando tolse il piede dalla frizione, il motore del pick-up per poco non si spense di nuovo, ma poi sembrò avere pietà di lei. Con un sospiro di pistoni allentati e un martellare maniacale da sotto il cofano, si avviarono in direzione nord verso il confine tra Stoneham e Lovell.

«Sai dov'è Turtleback Lane?» le chiese Roland. Davanti a loro, e all'altezza di un cartello con la scritta MILLION DOLLAR CAMPGROUND, si immise sulla strada un vecchio minivan blu.

«Sì», rispose lei.

«Sicura?» L'ultima cosa al mondo che desiderava il pistolero era perdere tempo prezioso a caccia della strada dove viveva King.

«Sì. Ci abitano dei nostri amici. I Beckhardt.»

Per un momento la memoria di Roland annaspò, sapendo di aver già sentito quel nome. Poi lo trovò. Beckhardt era il nome del proprietario della casa dove lui e Eddie avevano tenuto il loro ultimo conciliabolo con John Cullum. Provò una nuova fitta di dolore al cuore ricordando com'era Eddie in quel pomeriggio tempestoso, ancora così forte e vitale.

«Va bene», disse. «Ti credo.»

Lei gli lanciò un'occhiata. «Vedo che lei ha una premura d'inferno, mister, come il Coniglio Bianco in Alice nel Paese delle Meraviglie. Per quale importantissimo appuntamento è quasi in ritardo?»

Roland scosse la testa. «Non ci pensare, guida e basta.» Guardò l'orologio sul cruscotto, ma non funzionava, era fermo da chissà quanto tempo con le lancette che indicavano (naturalmente) 9:19. «Potrebbe ancora non essere troppo tardi», mormorò, mentre davanti a loro, inosservato, il minivan blu cominciò a spostarsi. Attraversò la linea bianca della Route 7 passando nella carreggiata in direzione sud e la signora Tassenbaum stava quasi per lasciarsi andare a un bon mot, qualcosa a proposito di chi cominciava a bere prima delle cinque, ma il minivan blu tornò nella carreggiata giusta, superò il dosso successivo e scomparve in direzione di Lovell.

La signora Tassenbaum non ci pensò più. Aveva cose più interessanti a cui pensare. Per esempio...

«Non siete costretti a rispondere a quello che vi domanderò ora, se non vi va», disse, «ma confesso di essere curiosa: siete per caso dei walk-in?»

 

5

 

Bryan Smith aveva trascorso le ultime due notti - con i suoi rottweiler, gemelli di cucciolata che aveva battezzato Bullet e Pistol - al Million Dollar Campground, appena oltre la linea di confine di Lovell e Stoneham. È un bel posticino, quello, sul fiume (la gente del luogo chiamano Million Dollar Bridge il rachitico ponticello di legno che lo scavalca e Bryan capisce che è una presa in giro e anche molto divertente, per giove). Inoltre ogni tanto fanno la loro comparsa da quelle parti certi tipi hippie, che scendono dai boschi di Sweden, Harrison e Waterford a vendere droga. A Bryan piace imballarsi, gli piacciono i down, di grazia, ed è down questo sabato pomeriggio. Non molto, non come piace a lui, ma abbastanza da provocargli un attacco di fame da maria. E al Center Lovell Store vendono quelle barrette di Mars che sono quanto di meglio per la fame da maria.

Esce dal camping e si immette sulla Route 7 senza guardare né da una parte né dall'altra, poi esclama: «Ops, l'ho dimenticato di nuovo!» Ma non c'è traffico. Più avanti nella stagione, specialmente dopo il Quattro Luglio e fino al Labour Day, dovrà vedersela con un traffico molto più intenso, persino lì in mezzo al nulla, e sicuramente si muoverà di meno. Sa di non essere un granché al volante; un'altra multa per eccesso di velocità o un altro tamponamento e probabilmente gli sospendono la patente per sei mesi. Di nuovo.

Nessun problema questa volta; sta arrivando solo un vecchio pick-up ed è almeno a mezzo miglio di distanza.

«Mangia la mia polvere, cowboy», dice e se la ride. Non sa perché ha detto cowboy quando la parola che aveva in testa era coglione, come in mangia la mia polvere coglione, ma suona bene. Suona giusto. Si accorge di aver sbandato nella carreggiata opposta e corregge la rotta. «Alla via di nuovo!» esclama con un'altra stridula ridacchiata. Alla via di nuovo, è buona. E lui la usa sempre con le ragazze. Un'altra di quelle buone è quando sterzi di qua e di là facendo scodinzolare l'automobile e dici ah, cribbio, devo aver bevuto troppo sciroppo per la tosse! Conosce un sacco di battute come quella. Una volta ha perfino pensato di scrivere un libro intitolato Stravaganti battute da strada, forte davvero, Bryan Smith che scrive un libro proprio come quel King di Lovell!

Accende la radio (il minivan sterza fin sul ciglio della strada a sinistra dell'asfalto sollevando una nuvola di polvere a coda di gallo, senza però finire nel fosso) e trova Steely Dan che canta Hey Nineteen. Buona! Sissignori, buona come Dio comanda! In risposta alla musica guida un po' più veloce. Guarda nello specchietto retrovisore e vede i suoi cani, Bullet e Pistol, che allungano sguardi interessati al sedile posteriore. Lì per lì Bryan crede che stiano guardando lui, magari stanno pensando quanto è bravo il loro padrone, poi si da dello stupido. Sul sedile posteriore c'è un frigo portatile di polistirolo che contiene mezzo chilo di hamburger crudi. Ha in mente di cuocerseli al fuoco quando tornerà al Million Dollar. Sì, con un altro paio di Mars per dessert, per quel bel tipo di Gesù! I Mars sono quel che Dio comanda!

«Giù da quel frigo, voi due», dice parlando ai cani che vede nello specchietto retrovisore. Questa volta il minivan poggia invece di straorzare, attraversando la linea bianca mentre sale un dosso cieco a cinquanta miglia orarie. Per fortuna - o per sfortuna a seconda dei punti di vista - dalla direzione opposta non sta sopraggiungendo niente; niente ferma l'avanzata di Bryan Smith in direzione nord.

«Lasciate stare quegli hamburger, che sono la mia cenetta.» Pronuncia cenetta come lo direbbe John Cullum, ma la faccia che guarda i cani con gli occhi interessati dallo specchietto retrovisore è la faccia di Sheemie Ruiz. Quasi esattamente.

Sheemie potrebbe essere il fratello gemello di Bryan Smith.

 

6

 

Ora Irene Tassenbaum guidava il pick-up con maggior disinvoltura, cambio manuale o no. Le dispiaceva di dover girare a destra un quarto di miglio più avanti, perché sarebbe stata costretta a usare di nuovo la frizione, questa volta per scalare di marcia. Ma quella laggiù era Turtleback Lane e Turtleback era dove volevano andare quei due.

Walk-in! Così le avevano detto e lei ci credeva, ma chi altri? Forse Chip McAvoy e sicuramente il reverendo Peterson di quella folle Chiesa dei walk-in giù a Stoneham Corners, ma chi altri ancora? Suo marito? No. Mai. Una cosa che non si poteva incidere su un microchip? Allora per David Tassenbaum non era reale. Si domandò, e non era la prima volta da qualche tempo in qua, se a quarantasette anni era troppo vecchia per considerare un divorzio.

Scalò in seconda senza grattare troppo, ma poi, quando abbandonò la statale, dovette inserire la prima perché quello stupido vecchio pick-up cominciò ad ansimare e tossire. Si aspettava che uno dei suoi passeggeri facesse qualche commento sarcastico (o che magari il cane mutante del ragazzo dicesse di nuovo cazzo), invece la sola cosa che disse l'adulto fu: «Non sembra la stessa strada».

«Quando siete stati qui l'ultima volta?» chiese Irene Tassenbaum. Valutò se passare di nuovo in seconda, poi decise di lasciare le cose com'erano. «Se non è rotto, non lo riparare», ripeteva sempre David.

«Un po' di tempo fa», ammise l'adulto. Lei continuava a guardarlo di nascosto. C'era qualcosa di strano e di esotico in quell'uomo, specialmente negli occhi. Era come se avessero visto cose che lei non avrebbe mai immaginato.

Dacci un taglio, disse a se stessa. Sarà probabilmente un drugstore cowboy che arriva fin da Portsmouth, New Hampshire.

Ma ne dubitava. Anche il ragazzino era strano, quello con quell'ibrido esotico di un cane, ma niente in confronto all'uomo con la faccia tirata e gli strani occhi celesti.

«Eddie ha detto che era una strada a U», osservò il ragazzo. «Forse l'ultima volta che siete stati qui siete entrati dall'altra parte.»

L'adulto meditò per un momento e annuì. «L'altra estremità sarebbe quella di Bridgton?» chiese alla donna.

«Sì.»

L'uomo con gli strani occhi celesti annuì. «Andiamo alla casa dello scrittore.»

«Cara Laughs», ribatté lei all'istante. «Molto bella. Io l'ho vista dal lago, ma non so che numero...»

«Diciannove», disse lui. Stavano transitando in quel momento davanti al ventisette. Da quella estremità di Turtleback Lane, i numeri sarebbero andati calando invece che crescendo.

«Perché lo scrittore, se posso essere così indiscreta?»

Fu il ragazzo a risponderle. «Vogliamo salvargli la vita.»